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    July 26

    Mah

    Nell'infinito ti cerco,immagino i tuoi occhi scuri e misteriosi come la notte,o azzurri come il cielo senza orizzonte,ma la tua  è una delle mille immagini che non riesco a focalizzare,quello che emerge dal passato frena il futuro, piano piano mi avvicino lasciandomi alle spalle quello che è stato ed ora passo dopo passo,il tuo viso prende forma nella mia mente, scendedo nel mio cuore.

    Benedetto XVI discorso ai giovani GMG

    VEGLIA CON I GIOVANI

    DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

    Ippodromo di Randwick
    Sabato, 19
    luglio 2008

           

    Carissimi giovani

    ancora una volta, questa sera, abbiamo udito la grande promessa di Cristo – “avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi” – ed abbiamo ascoltato il suo comando – “mi sarete testimoni… fino agli estremi confini della terra” (At 1,8). Furono proprio queste le ultime parole che Gesù pronunciò prima della sua ascensione al cielo. Cosa abbiano provato gli Apostoli nell’udirle possiamo soltanto immaginarlo. Ma sappiamo che il loro profondo amore per Gesù e la loro fiducia nella sua parola li spinse a radunarsi e ad attendere; non ad attendere senza scopo, ma insieme, uniti nella preghiera, con le donne e con Maria nella sala superiore (cfr At 1,14). Questa sera noi facciamo lo stesso. Radunati davanti alla nostra Croce che ha tanto viaggiato e all’icona di Maria, sotto lo splendore celeste della costellazione della Croce del Sud, noi preghiamo. Questa sera, io prego per voi e per i giovani di ogni parte del mondo. Lasciatevi ispirare dall’esempio dei vostri Patroni! Accogliete nel vostro cuore e nella vostra mente i sette doni dello Spirito Santo! Riconoscete e credete nella potenza dello Spirito Santo nella vostra vita!

    L’altro giorno abbiamo parlato dell’unità e dell’armonia della creazione di Dio e del nostro posto in essa. Abbiamo ricordato come, mediante il grande dono del Battesimo, noi, che siamo creati ad immagine e somiglianza di Dio, siamo rinati, siamo divenuti figli adottivi di Dio, nuove creature. Ed è perciò come figli della luce di Cristo – simboleggiata dalle candele accese che ora tenete in mano – che diamo testimonianza nel nostro mondo allo splendore che nessuna tenebra può vincere (cfr Gv 1,5).

    Questa sera fissiamo la nostra attenzione sul “come” diventare testimoni. Abbiamo bisogno di conoscere la persona dello Spirito Santo e la sua presenza vivificante nella nostra vita. Non è cosa facile! In effetti, la varietà di immagini che troviamo nella Scrittura a riguardo dello Spirito – vento, fuoco, soffio – sono un segno della nostra difficoltà ad esprimere su di lui una nostra comprensione articolata. E tuttavia sappiamo che è lo Spirito Santo che, benché silenzioso e invisibile, offre direzione e definizione alla nostra testimonianza su Gesù Cristo.

    Voi già sapete che la nostra testimonianza cristiana è offerta ad un mondo che per molti aspetti è fragile. L’unità della creazione di Dio è indebolita da ferite che vanno in profondità, quando le relazioni sociali si rompono o quando lo spirito umano è quasi completamente schiacciato mediante lo sfruttamento e l’abuso delle persone. Di fatto, la società contemporanea subisce un processo di frammentazione a causa di un modo di pensare che è per natura sua di corta visione, perché trascura l’intero orizzonte della verità – della verità riguardo a Dio e riguardo a noi. Per sua natura il relativismo non riesce a vedere l’intero quadro. Ignora quegli stessi principi che ci rendono capaci di vivere e di crescere nell’unità, nell’ordine e nell’armonia.

    Qual è la nostra risposta, come testimoni cristiani, a un mondo diviso e frammentato? Come possiamo offrire la speranza di pace, di guarigione e di armonia a quelle “stazioni” di conflitto, di sofferenza e di tensione attraverso le quali voi avete scelto di passare con questa Croce della Giornata Mondiale della Gioventù? L’unità e la riconciliazione non possono essere raggiunte mediante i nostri sforzi soltanto. Dio ci ha fatto l’uno per l’altro (cfr Gn 2,24) e soltanto in Dio e nella sua Chiesa possiamo trovare quell’unità che cerchiamo. Eppure, a fronte delle imperfezioni e delle delusioni sia individuali che istituzionali, noi siamo tentati a volte di costruire artificialmente una comunità “perfetta”. Non si tratta di una tentazione nuova. La storia della Chiesa contiene molti esempi di tentativi di aggirare o scavalcare le debolezze ed i fallimenti umani per creare un’unità perfetta, un’utopia spirituale.

    Tali tentativi di costruire l’unità in realtà la minano! Separare lo Spirito Santo dal Cristo presente nella struttura istituzionale della Chiesa comprometterebbe l’unità della comunità cristiana, che è precisamente il dono dello Spirito! Ciò tradirebbe la natura della Chiesa quale Tempio vivo dello Spirito Santo (cfr 1 Cor 3,16). E’ lo Spirito infatti che guida la Chiesa sulla via della piena verità e la unifica nella comunione e nelle opere del ministero (cfr Lumen gentium, 4). Purtroppo la tentazione di “andare avanti da soli” persiste. Alcuni parlano della loro comunità locale come di un qualcosa di separato dalla cosiddetta Chiesa istituzionale, descrivendo la prima come flessibile ed aperta allo Spirito, e la seconda come rigida e priva dello Spirito.

    L’unità appartiene all’essenza della Chiesa (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 813); è un dono che dobbiamo riconoscere e aver caro. Questa sera preghiamo per il nostro proposito di coltivare l’unità: di contribuire ad essa! di resistere ad ogni tentazione di andarcene via! Poiché è esattamente l’ampiezza, la vasta visione della nostra fede – solida ed insieme aperta, consistente e insieme dinamica, vera e tuttavia sempre protesa ad una conoscenza più profonda – che possiamo offrire al nostro mondo. Cari giovani, non è forse a causa della vostra fede che amici in difficoltà o alla ricerca di senso nella loro vita si sono rivolti a voi? Siate vigilanti! Sappiate ascoltare! Attraverso le dissonanze e le divisioni del mondo, potete voi udire la voce concorde dell’umanità? Dal bimbo derelitto di un campo nel Darfur ad un adolescente turbato, ad un genitore in ansia in una qualsiasi periferia, o forse proprio ora dalle profondità del vostro cuore, emerge il medesimo grido umano che anela ad un riconoscimento, ad un’appartenenza, all’unità. Chi soddisfa questo desiderio umano essenziale ad essere uno, ad essere immerso nella comunione, ad essere edificato, ad essere guidato alla verità? Lo Spirito Santo! Questo è il suo ruolo: portare a compimento l’opera di Cristo. Arricchiti dei doni dello Spirito, voi avrete la forza di andare oltre le visioni parziali, la vuota utopia, la precarietà fugace, per offrire la coerenza e la certezza della testimonianza cristiana!

    Amici, quando recitiamo il Credo affermiamo: “Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita”. Lo “Spirito creatore” è la potenza di Dio che dà la vita a tutta la creazione ed è la fonte di vita nuova e abbondante in Cristo. Lo Spirito mantiene la Chiesa unita al suo Signore e fedele alla Tradizione apostolica. Egli è l’ispiratore delle Sacre Scritture e guida il Popolo di Dio alla pienezza della verità (cfr Gv 16,13). In tutti questi modi lo Spirito è il “datore di vita”, che ci conduce al cuore stesso di Dio. Così, quanto più consentiamo allo Spirito di dirigerci, tanto maggiore sarà la nostra configurazione a Cristo e tanto più profonda la nostra immersione nella vita del Dio uno e trino.

    Questa partecipazione alla natura stessa di Dio (cfr 2 Pt,1,4) avviene, nello svolgersi dei quotidiani eventi della vita, in cui Egli è sempre presente (cfr Bar 3,38). Vi sono momenti, tuttavia, nei quali possiamo essere tentati di ricercare un certo appagamento fuori di Dio. Gesù stesso chiese ai Dodici: “Forse anche voi volete andarvene?” (Gv 6,67). Un tale allontanamento magari offre l’illusione della libertà. Ma dove ci porta? Da chi possiamo noi andare? Nei nostri cuori, infatti, sappiamo che solo il Signore ha “parole di vita eterna” (Gv 6,67-69). L’allontanamento da lui è solo un futile tentativo di fuggire da noi stessi (cfr S. Agostino, Confessioni VIII,7). Dio è con noi nella realtà della vita e non nella fantasia! Affrontare la realtà, non di sfuggirla: è questo ciò che noi cerchiamo! Perciò lo Spirito Santo con delicatezza, ma anche con risolutezza ci attira a ciò che è reale, a ciò che è durevole, a ciò che è vero. E’ lo Spirito che ci riporta alla comunione con la Trinità Santissima!

    Lo Spirito Santo è stato in vari modi la Persona dimenticata della Santissima Trinità. Una chiara comprensione di lui sembra quasi fuori della nostra portata. E tuttavia quando ero ancora ragazzino, i miei genitori, come i vostri, mi insegnarono il segno della Croce e così giunsi presto a capire che c’è un Dio in tre Persone, e che la Trinità è al centro della fede e della vita cristiana. Quando crebbi in modo da avere una certa comprensione di Dio Padre e di Dio Figlio - i nomi significavano già parecchio - la mia comprensione della terza Persona della Trinità rimaneva molto carente. Perciò, da giovane sacerdote incaricato di insegnare teologia, decisi di studiare i testimoni eminenti dello Spirito nella storia della Chiesa. Fu in questo itinerario che mi ritrovai a leggere, tra gli altri, il grande sant’Agostino.

    La sua comprensione dello Spirito Santo si sviluppò in modo graduale; fu una lotta. Da giovane aveva seguito il Manicheismo – uno di quei tentativi che ho menzionato prima, di creare un’utopia spirituale separando le cose dello spirito da quelle della carne. Di conseguenza, all’inizio egli era sospettoso di fronte all’insegnamento cristiano sull’incarnazione di Dio. E tuttavia la sua esperienza dell’amore di Dio presente nella Chiesa lo portò a cercarne la fonte nella vita del Dio uno e trino. Questo lo portò a tre particolari intuizioni sullo Spirito Santo come vincolo di unità all’interno della Santissima Trinità: unità come comunione, unità come amore durevole, unità come donante e dono. Queste tre intuizioni non sono soltanto teoriche. Esse aiutano a spiegare come opera lo Spirito. In un mondo in cui sia gli individui sia le comunità spesso soffrono dell’assenza di unità e di coesione, tali intuizioni ci aiutano a rimanere sintonizzati con lo Spirito e ad estendere e chiarire l’ambito della nostra testimonianza.

    Perciò con l’aiuto di sant’Agostino, cerchiamo di illustrare qualcosa dell’opera dello Spirito Santo. Egli annota che le due parole “Spirito” e “Santo” si riferiscono a ciò che appartiene alla natura divina; in altre parole, a ciò che è condiviso dal Padre e dal Figlio, alla loro comunione. Per cui, se la caratteristica propria dello Spirito è di essere ciò che è condiviso dal Padre e dal Figlio, Agostino ne conclude che la qualità peculiare dello Spirito è l’unità. Un’unità di comunione vissuta: un’unità di persone in relazione vicendevole di costante dono; il Padre e il Figlio che si donano l’uno all’altro. Cominciamo così ad intravedere, penso, quanto illuminante sia tale comprensione dello Spirito Santo come unità, come comunione. Una vera unità non può mai essere fondata su relazioni che neghino l’uguale dignità delle altre persone. E neppure l’unità è semplicemente la somma totale dei gruppi mediante i quali noi a volte cerchiamo di “definire” noi stessi. Di fatto, solo nella vita di comunione l’unità si sostiene e l’identità umana si realizza appieno: riconosciamo il comune bisogno di Dio, rispondiamo all’unificante presenza dello Spirito Santo e ci doniamo vicendevolmente nel servizio degli uni agli altri.

    La seconda intuizione di Agostino – cioè, lo Spirito Santo come amore che permane – discende dallo studio che egli fece della Prima Lettera di san Giovanni, là dove l’autore ci dice che “Dio è amore” (1 Gv 4,16). Agostino suggerisce che queste parole, pur riferendosi alla Trinità nel suo insieme, debbono intendersi anche come espressive di una caratteristica particolare dello Spirito Santo. Riflettendo sulla natura permanente dell’amore – “chi resta nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” (ibid.) – Agostino si chiede: è l’amore o lo Spirito che garantisce il dono durevole? E questa è la conclusione alla quale egli arriva: “Lo Spirito Santo fa dimorare noi in Dio e Dio in noi; ma è l’amore che causa ciò. Lo Spirito pertanto è Dio come amore!” (De Trinitate 15,17,31).  È una magnifica spiegazione: Dio condivide se stesso come amore nello Spirito Santo. Che cosa d’altro possiamo sapere sulla base di questa intuizione? L’amore è il segno della presenza dello Spirito Santo! Le idee o le parole che mancano di amore – anche se appaiono sofisticate o sagaci – non possono essere “dello Spirito”. Di più: l’amore ha un tratto particolare; lungi dall’essere indulgente o volubile, ha un compito o un fine da adempiere: quello di permanere. Per sua natura l’amore è durevole. Ancora una volta, cari amici, possiamo gettare un ulteriore colpo d’occhio su quanto lo Spirito Santo offre al mondo: amore che dissolve l’incertezza; amore che supera la paura del tradimento; amore che porta in sé l’eternità; il vero amore che ci introduce in una unità che permane!

    La terza intuizione – lo Spirito Santo come dono - Agostino la deduce dalla riflessione su un  passo evangelico che tutti conosciamo ed amiamo: il colloquio di Cristo con la samaritana presso il pozzo. Qui Gesù si rivela come il datore dell’acqua viva (cfr Gv 4,10), che viene poi qualificata come lo Spirito (cfr Gv 7,39; 1 Cor 12,13). Lo Spirito è “il dono di Dio” (Gv 4,10) – la sorgente interiore (cfr Gv 4,14) – che soddisfa davvero la nostra sete più profonda e ci conduce al Padre. Da tale osservazione Agostino conclude che il Dio che si concede a noi come dono è lo Spirito Santo (cfr De Trinitate, 15,18,32). Amici, ancora una volta gettiamo uno sguardo sulla Trinità all’opera: lo Spirito Santo è Dio che eternamente si dona; al pari di una sorgente perenne, egli offre niente di meno che se stesso. Osservando questo dono incessante, giungiamo a vedere i limiti di tutto ciò che perisce, la follia di una mentalità consumistica. In particolare, cominciamo a comprendere perché la ricerca di novità ci lascia insoddisfatti e desiderosi di qualcos’altro. Non stiamo noi forse ricercando un dono eterno? La sorgente che mai si esaurirà? Con la samaritana esclamiamo: Dammi di quest’acqua, così che non abbia più sete (cfr Gv 4,15)!

    Carissimi giovani, abbiamo visto che è lo Spirito Santo a realizzare la meravigliosa comunione dei credenti in Cristo Gesù. Fedele alla sua natura di datore e insieme di dono, egli è ora all’opera mediante voi. Ispirati dalle intuizioni di sant’Agostino, fate sì che l’amore unificante sia la vostra misura; l’amore durevole sia la vostra sfida; l’amore che si dona la vostra missione!

    Domani quello stesso dono dello Spirito verrà solennemente conferito ai nostri candidati alla Cresima. Io pregherò: “Dona loro lo spirito di sapienza e di intelletto, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di scienza e di pietà e riempili dello spirito del tuo santo timore”. Questi doni dello Spirito – ciascuno dei quali, come ci ricorda san Francesco di Sales, è un modo per partecipare all’unico amore di Dio – non sono né un premio né un riconoscimento. Sono semplicemente donati (cfr 1 Cor 12,11). Ed essi esigono da parte del ricevente soltanto una risposta: “Accetto”! Percepiamo qui qualcosa del mistero profondo che è l’essere cristiani. Ciò che costituisce la nostra fede non è in primo luogo ciò che facciamo, ma ciò che riceviamo. Dopo tutto, molte persone generose che non sono cristiane possono realizzare ben di più di ciò che facciamo noi. Amici, accettate di essere introdotti nella vita trinitaria di Dio? Accettate di essere introdotti nella sua comunione d’amore?

    I doni dello Spirito che operano in noi imprimono la direzione e danno la definizione della nostra testimonianza. Orientati per loro natura all’unità, i doni dello Spirito ci vincolano ancor più strettamente all’insieme del Corpo di Cristo (cfr Lumen gentium, 11), mettendoci meglio in grado di edificare la Chiesa, per servire così il mondo (cfr Ef 4,13). Ci chiamano ad un’attiva e gioiosa partecipazione alla vita della Chiesa: nelle parrocchie e nei movimenti ecclesiali, nelle lezioni di religione a scuola, nelle cappellanie universitarie e nelle altre organizzazioni cattoliche. Sì, la Chiesa deve crescere nell’unità, deve rafforzarsi nella santità, ringiovanirsi, e costantemente rinnovarsi (cfr Lumen gentium, 4). Ma secondo quali criteri? Quelli dello Spirito Santo! Volgetevi a lui, cari giovani, e scoprirete il vero senso del rinnovamento.

    Questa sera, radunati sotto la bellezza di questo cielo notturno, i nostri cuori e le nostre menti sono ripiene di gratitudine verso Dio per il grande dono della nostra fede nella Trinità. Ricordiamo i nostri genitori e nonni, che hanno camminato al nostro fianco quando, mentre eravamo bambini, hanno sostenuto i primi passi del nostro cammino di fede. Ora, dopo molti anni, vi siete raccolti come giovani adulti intorno al Successore di Pietro. Sono ricolmo di profonda gioia nell’essere con voi. Invochiamo lo Spirito Santo: è lui l’artefice delle opere di Dio (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 741). Lasciate che i suoi doni vi plasmino!spirito_santo[1] Fate sì che la vostra fede maturi attraverso i vostri studi, il lavoro, lo sport, la musica, l’arte. Fate in modo che sia sostenuta mediante la preghiera e nutrita mediante i Sacramenti, per essere così sorgente di ispirazione e di aiuto per quanti sono intorno a voi. Alla fine, la vita non è semplicemente accumulare, ed è ben più che avere successo. Essere veramente vivi è essere trasformati dal di dentro, essere aperti alla forza dell’amore di Dio. Accogliendo la potenza dello Spirito Santo, anche voi potete trasformare le vostre famiglie, le comunità, le nazioni. Liberate questi doni! Fate sì che sapienza, intelletto, fortezza, scienza e pietà siano i segni della vostra grandezza!

    ***

    Cari giovani italiani! Un saluto speciale a tutti voi! Custodite la fiamma che lo Spirito Santo ha acceso nei vostri cuori, perché non abbia a spegnersi, ma anzi arda sempre più e diffonda luce e calore a chi incontrerete sulla vostra strada, specialmente a quanti hanno smarrito la fede e la speranza. La Vergine Maria vegli su di voi in questa notte ed ogni giorno della vostra vita.

    Chers jeunes de langue française, vous êtes venus prier ce soir l’Esprit-Saint. Sa présence silencieuse en votre cœur vous fera comprendre peu à peu le dessein de Dieu sur vous. Puisse-t-Il vous accompagner dans votre vie quotidienne et vous conduire vers une meilleure connaissance de Dieu et de votre prochain! C’est Lui qui du plus profond de votre être vous pousse vers l’unique Vérité divine et vous fait vivre authentiquement en frères.

    [Cari giovani di lingua francese, siete venuti a pregare questa sera lo Spirito Santo. La sua presenza silenziosa nel vostro cuore vi farà comprendere poco a poco il disegno di Dio per voi. Possa Egli accompagnarvi nella vostra vita quotidiana e condurvi verso una migliore conoscenza di Dio e del vostro prossimo! È Lui che dal più profondo del vostro essere vi spinge verso l'unica Verità divina e vi fa vivere autenticamente come fratelli].

    Einen frohen Gruß richte ich an euch, liebe junge Christen aus den Ländern deutscher Sprache. Der Heilige Geist, der Botschafter der göttlichen Liebe, will in euren Herzen wohnen. Gebt ihm Raum in euch im Hören auf Gottes Wort, im Gebet und in eurer Solidarität mit den Armen und Leidenden. Bringt den Geist des Friedens und der Versöhnung zu den Menschen. Gott, von dem alles Gute kommt, vollende jedes gute Werk, das ihr zu seiner Ehre tut.

    [Vi rivolgo un cordiale saluto cari giovani cristiani dei Paesi di lingua tedesca. Lo Spirito Santo, ambasciatore dell'amore di Dio, vuole dimorare nei vostri cuori. Concedetegli spazio in voi nell'ascolto della Parola di Dio, nella preghiera e nella vostra solidarietà verso i poveri e i sofferenti. Portate alle persone lo spirito della pace e della riconciliazione. Dio, dal quale proviene tutto il bene, realizzi ogni buona opera che realizzate in suo onore].

    Queridos amigos, el Espíritu Santo dirige nuestros pasos para seguir a Jesucristo en el mundo de hoy, que espera de los cristianos una palabra de aliento y un testimonio de vida que inviten a mirar confiadamente hacia el futuro. Os encomiendo en mis plegarias, para que respondáis generosamente a lo que el Señor os pide y a lo que todos los hombres anhelan. Que Dios os bendiga.

    [Cari amici, lo Spirito Santo guida i nostri passi per seguire Gesù Cristo nel mondo di oggi, che si aspetta dai cristiani una parola di incoraggiamento e una testimonianza di vita che invitino a guardare con fiducia verso il futuro. Vi ricordo nelle mie preghiere, affinché rispondiate generosamente a quello che il Signore vi chiede e a quello a cui tutti gli uomini anelano. Che Dio vi benedica!].

    Meus queridos amigos, recebei o Espírito Santo, para serdes Igreja! Igreja quer dizer todos nós unidos como um corpo que recebe o seu influxo vital de Jesus ressuscitado. Este dom é maior que os nossos corações, porque brota das entranhas da Santíssima Trindade. Fruto e condição: sentir-se parte uns dos outros, viver em comunhão. Para isso, jovens caríssimos, acolhei dentro de vós a força de vida que há em Jesus. Deixai-O entrar no vosso coração. Deixai-vos plasmar pelo Espírito Santo.

    [Miei cari amici, ricevete lo Spirito Santo, per essere Chiesa! Chiesa vuol dire tutti noi uniti come un corpo che riceve il suo influsso vitale da Gesù Cristo risorto. Questo dono è più grande dei nostri cuori, poiché nasce dal centro stesso della Santissima Trinità. Frutto e condizione:  sentirsi parte gli uni degli altri, vivere in comunione. Per questo, giovani carissimi, accogliete dentro di voi la forza di vita che vi è in Gesù. Lasciatelo entrare nel vostro cuore. Lasciatevi plasmare dallo Spirito Santo].

    親愛的中國青年,你們好。願天主保佑你們!

    Ed ora, mentre ci disponiamo all’adorazione del Santissimo Sacramento, nel silenzio e nell’attesa ripeto a voi le parole pronunciate dalla beata Mary MacKillop quando aveva giusto ventisei anni: “Credi a ciò che Dio sussurra al tuo cuore!”. Credete in lui! Credete alla potenza dello Spirito dell’amore!

     

    April 09

    Testimonianza

    La scorsa settimana, nella mia parrocchia si è svolto il funerale di un bimbo di soli 8 anni, deceduto dopo una lunga malattia, io personalmente non lo conoscevo ma sapevo chi era perchè spesso serviva Messa durante i giorni festivi, almeno fino a gennaio e la sua famiglia, madre padre e sorellina credo di quattro anni erano spesso presenti alla funzione feriale.
    Il bimbo da quanto riportato da mie amiche vicino alla famiglia mi dicevano che mai una volta ha pregato per se stesso e per la sua guarigione, ma sempre per gli altri malati, gli altri bimbi ricoverati all'ospedale, più di una volta ha detto alla mamma di aver sognato Gesù, la tranquilizzava che sarebbe andato tutto bene dicendo che le sue preghiere e richieste erano diverse da quelle di sua madre. Io non ho potuto partecipare ai funerali ma mi dicevano che la Chiesa era gremita,i canti erano di gioia e a fine Messa le campane hanno suonato a festa, parenti della famiglia lontano dai Sacramenti in quella occasione si sono riaccostati alla confessione.
    Un altro fatto successo quando era in ospedale, vicino al suo letto era ricoverato un bambino mussulmano, i genitori mussulmani osservanti, il bambino svegliatosi dal coma ha detto ai genitori di avere visto un luogo bellissimo dove c'erano tanti altri bambini e una sola mamma per tutti, e che quel luogo si chiamava Paradiso immaginatevi la sorpresa dei genitori mussulmani, anche questo bambino è deceduto, ed ora mi immagino di vederli tutte e due in braccio a Maria e dal Paradiso pregare per noi che siamo ancora peregrinanti su questa terra, grazie Toni, grazie per la tua testimonianza.
    March 21

    Venerdì Santo

     

    CRISTO E' MORTO PER NOI, IL SUO SANGUE LAVA IN NOSTRI PECCATI

     

     

     
     

    March 19

    Giovedì Santo

     

    L’ultima cena è terminata, Gesù ha compiuto il più grande dei miracoli Transustanziando il pane e il vino in sua Carne e suo Sangue dandone da mangiare ai discepoli, come aveva promesso in Giovanni 6,53-56 (Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui.), miracolo che ogni giorno si compie durante la SS Messa dove anche noi siamo resi partecipi dell’avvenimento.

    Ora dopo che Giuda se ne è andato, Gesù si reca con gli undici al Getsemani per pregare, sono attimi di grande tristezza, il momento della consegna al sommo sacerdote è alle porte l’amico Giuda (come Gesù lo chiama in Matteo) sta per arrivare con i soldati, Gesù chiede ai discepoli di vegliare con Lui ma questi si addormentano, Gesù è solo con il peso dei peccati dell’umanità sulle spalle.

    Nel Getsemani vediamo tutta l’umanità di Dio, fatto carne per noi, per noi si consegna all’uomo che lo crocefiggerà, come noi lo crocefiggiamo ogni giorno con i nostri peccati.

    Il Signore ha paura, è angosciato, suda sangue, dice: lo spirito è pronto ma la carne è debole, sa infatti quanto dovrà patire,Paolo dice che i desideri della carne sono contrari ai desideri dello spirito e Gesù chiede al Padre se è possibile allontanare da Lui il calice della sofferenza, ma alla fine lo spirito rafforzato dalla preghiera vince la carne mortale e si abbandona alla volontà del Padre in tutta umiltà dando la vita per noi, e il Padre dopo tre giorni lo resuscita con carne nuova non più corrotta dal peccato originale ma immortale, cosa che l’ultimo giorno spetterà anche a noi.

    Ognuno di noi affronta nella vita il proprio Getsemani, passa momenti di angoscia di solitudine e disperazione, vorrebbe fuggire il dolore ma questo fa parte della vita, perché il dolore,le esperienze negative aiutano a crescere, la vita riserva più schiaffi che carezze, l’importante è capire che con le nostre forze non possiamo farcela e come Gesù chiedere al Padre che sia fatta non la nostra ma la Sua volontà, come Gesù dobbiamo abbandonarci totalmente al Padre anima e corpo sicuri che nonostante il dolore Lui sa cosa è meglio per noi!

     

      

    March 13

    Elezioni 13 e 14 aprile

     

    Lista per la moratoria con Giuliano Ferrara - Aborto? No, grazie

     

    Il giorno 13 e 14 aprile gli italiani sono nuovamente chiamati alle urne, i programmi dei vari partiti presentano ricette più o meno fantasiose  volte a risolvere i  problemi economici che pesano sulla nostra nazione e sugli italiani, niente di male è giusto così,tutti devono avere la possibilità di poter arrivare tranquillamente a fine mese, ne va della dignità della persona. Io credo però  che la politica non debba dare solo soluzioni economiche ma anche direttive etiche e morali, nessuno dei partiti in lista si occupa di porre in essere il problema dell’aborto e della legge 194,Berlusconi sostiene che se il Pdl si fosse apparentato con la lista di Ferrara nemmeno sua moglie lo avrebbe votato, Veltroni e Casini dicono che la 194 non si tocca tutti i partiti la pensano allo stesso modo, tutti tranne uno. Ferrara si presenta per portare nuovamente in discussione questo doloroso problema. Non è una battaglia religiosa ma di civiltà e di ragione e non a caso è portata avanti da una persona non Cattolica.

    La lista “Per la moratoria”non ha risonanza mediatica quanto gli altri partiti, quindi non rimane che fare campagna elettorale alla vecchia maniere, porta a porta, coinvolgendo amici parenti,conoscenti e visto che la tecnologia lo permette, internet, vi prego quindi di divulgare questa mail a più persone possibili, ogni giorno passiamo per posta elettronica cazzate di finte catene di Sant’Antonio, questa non è una catena ma una battaglia per la vita!

    Cavalcare il vecchio slogan “L’Utero è mio e lo gestisco io”, non ha senso, credo che anche l’uomo in quanto compartecipe alla creazione della nuova vita debba avere voce in capitolo.

    Credo che lo stato debba tutelare in primis il soggetto più debole, il bambino e poi anche la madre con aiuti economici sostanziosi ed eventualmente creando strutture che possano accogliere gli eventuali bambini abbandonati facilitando le adozioni per le coppie sposate che non possono avere figli.

    L’aborto è un dramma, forse non per il bimbo che è come un angelo in cielo, ma per la madre, è purtroppo un triste ricordo che porterà sempre con se, non ci sono ne psicologi ne psichiatri che possano alleggerire il peso che la persona ha dentro, solo una rinnovata fede portando il proprio fardello ai piedi della Croce del Signore può aiutare la donna a risollevarsi e ad affrontare il problema, perché nonostante quello che si dice, non si dimentica mai un aborto!

    Mesi fa sentivo per radio una intervista di una ginecologa che sosteneva di non avere mai visto una donna pentirsi per avere portato a termine una gravidanza nonostante difficoltà e situazioni avverse. Io stesso sette anni fa ho adottato in africa una ragazza, cinque anni fa è rimasta in cinta, abbandonata da lui voleva abortire ma le suore della missione l’hanno convinta a tenere il bambino ed ora ho sul mio comodino una foto di una bellissima bimba di quattro anni.

     

    Viviamo in un mondo dove l’apparire ha ucciso l’essere, ma ho visto  persone che la società considera sane essere morte dentro e persone che la società considera malate avere una grande ricchezza interiore, una forza da fare “invidia” a qualsiasi normodotato.

     Pensiamoci bene dove porre la croce il 13 e 14 aprile.

     

    La vita è un dono

    http://www.youtube.com/watch?v=vHposECYW5A

     

    March 12

    Madre Teresa

     
     
     
    Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, 36 nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. 37 Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? 38 Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? 39 E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? 40 Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l`avete fatto a me. 41
     
    Un omaggio a questa piccola grande donna che per tutta la vita ha servito gli ultimi, vedendo nei sofferenti lo stesso volto di Cristo......
     
    Vivi la vita

    La vita è un'opportunità, coglila.

    La vita è bellezza, ammirala.

    La vita è beatitudine, assaporala.

    La vita è un sogno, fanne una realtà.

    La vita è una sfida, affrontala.

    La vita è un dovere, compilo.

    La vita è un gioco, giocalo.

    La vita è preziosa, abbine cura.

    La vita è una ricchezza, conservala.

    La vita è amore, godine.

    La vita è un mistero, scoprilo.

    La vita è  promessa, adempila.

    La vita è tristezza, superala.

    La vita è un inno, cantalo.

    La vita è una lotta, accettala.

    La vita è un'avventura, rischiala.

    La vita è felicità, meritala.

    La vita è la vita, difendila.

    Madre Teresa

     

    Dai il meglio di te...

    Se fai il bene, ti attribuiranno 
    secondi fini egoistici
    non importa, fa' il bene.
    Se realizzi i tuoi obiettivi,
    troverai falsi amici e veri nemici
    non importa realizzali.
    Il bene che fai verrà domani
    dimenticato.
    Non importa fa' il bene
    L'onestà e la sincerità ti 
    rendono vulnerabile
    non importa, sii franco
    e onesto. 
    Dà al mondo il meglio di te, e ti
    prenderanno a calci.
    Non importa, dà il meglio di te 


     
    February 28

    Il 13 e 14 aprile vota Giuliano Ferrara

    La moratoria sull'aborto non è una battaglia religiosa ma di ragione!
     
    I dodici punti del programma
     
    1. Promuovere legislativamente il dovere di seppellire tutti i bambini abortiti nel territorio nazionale, in qualunque fase della gestazione e per qualunque motivo. Le spese sono a carico del pubblico erario.
    2. Vietare per decreto legge l’introduzione in Italia della pillola abortiva Ru486 e simili veleni capaci di reintrodurre la convenzione dell’aborto solitario e clandestino contro lo spirito e la lettera della legge 194 di tutela sociale della maternitˆ.
    3. Stabilire per via di legge che accoglienza, rianimazione e cura dei neonati sono un compito deontologico dei medici a prescindere da qualunque autorizzazione di terzi.
    4. Emendare l’articolo 3 della Costituzione, comma 1. Dove  scritto “tutti i cittadini hanno pari dignitˆ sociale e sono eguali davanti alla legge” aggiungere una virgola e la frase “dal concepimento fino alla morte naturale”.
    5. Impegnare il governo della Repubblica a costruire un’alleanza capace di emendare la Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite all’articolo 3. Dove  scritto “ogni individuo ha diritto alla vita” aggiungere una virgola e la frase “dal concepimento fino alla morte naturale”.
    6. Difendere la legge 40 sulla fecondazione medicalmente assistita, escludendo per via di legge e linee guida interpretative ogni possibilitˆ, adombrata in recenti sentenze giudiziarie, di introdurre la pratica eugenetica della selezione per annientamento dell’embrione umano al posto della cura e della relativa diagnostica terapeutica. Introdurre nei primi cento giorni una moratoria per la ricerca sulle cellule staminali embrionali, sulla falsariga di quella europea abbandonata dal governo Prodi, e rafforzare la ricerca sulle staminali adulte o etiche.
    7. Fondare in ogni regione italiana una Agenzia per le adozioni il cui compito specifico sia quello di favorire l’adozione, con procedura riservata e urgente, di quei bambini che possono essere sottratti a una decisione abortiva di qualunque tipo.
    8. Adottare le modalitˆ del “Progetto Gemma” sul sostegno materiale alle gestanti in difficoltˆ e alle giovani madri di ogni nazionalitˆ e status giuridico per la prima accoglienza e educazione dei bambini, con l’erogazione di consistenti somme per i primi trentasei mesi di vita dei figli.
    9. Applicare la parte preventiva e di tutela della maternitˆ della legge 194. Potenziare in termini di risorse disponibili e di formazione del personale pubblico, valorizzando il volontariato pro vita, la rete insufficiente dei consultori e dei Centri di aiuto alla vita in ogni regione e provincia italiana.
    10. Triplicare i fondi per la ricerca sulle disabilitˆ e istituire una Agenzia di tutela e integrazione del disabile in ogni regione italiana.
    11. Sostenere con sovvenzioni pubbliche adeguate l’attivitˆ dell’associazione di promozione sociale denominata Movimento per la vita.
    12. Le risorse per il programma elettorale sono da fissare nella misura di mezzo punto calcolato sul prodotto interno lordo e verranno rese disponibili attraverso lo stanziamento di 7 miliardi di euro attualmente giacenti presso i conti correnti dormienti in via di smobilitazione e altri cespiti di entrata.

     

    IL SIMBOLO

    Lista per la moratoria con Giuliano Ferrara - Aborto? No, grazie

     
    February 27

    Sono tornato

    Dopo mesi di inattività torno a fare pace con il mio blog, ma per scrivere cosa? A bocca aperta

    Certo che di cose ne sono successe da giugno ad oggi, la mia vita è cambiata completamente, in meglio.

    Dopo cinque anni dove le maggiori soddisfazioni le ho avute dallo scudetto e dalle due coppe campioni del milan senza dimenticare il mondiale 2006, posso finalmente guardare al futuro con nuova speranza. Il resto di quel periodo è solo sterco, il più maleodorante e nauseabondo sterco.

    Ma che è successo?

    E’ successo che a luglio ho detto definitivamente addio ad un personaggio il cui il solo pronunciare il nome è come mettere sale in ferite ancora aperte, ferite nel corpo,ferite  nell’anima che il tempo chiude lasciando profonde cicatrici che mai spariranno, ma io, indefesso guerriero, combatto, sempre, contro tutto e tutti per quello in cui credo, ho combattuto anche quando il buon senso mi diceva di abbandonare il ring, quando buttare la spugna sarebbe stato più facile, tutto ho sacrificato e tutto ho dato, per questo non ho rimpianti, ho lottato fino a quando l’Arbitro non ha detto basta, ha avuto misericordia di me seccando un fico che non dava frutti, e per questo lo ringrazio.

    Chi conosce la storia fin nei particolari mi rimprovera in viso di essere stato troppo buono ma a ragione alle spalle mi dà bonariamente del coglione, dai miei amici ai miei genitori, che se sapevano quello che stavo passando mi avrebbero consigliato di troncare ben prima, per me avrebbero gettato la spugna.

    Io credo nella Sacralità di un giuramento, per questo sono andando fino in fondo, toccandolo e imparando a scavare, ma per chi?

    Per una persona, egoista,edonista, falsa, non bella, ma sicuramente senza anima, ne calda ne fredda (è si, mi aveva ingannato proprio bene !) una ignavia sconcertante incapace di lottare per quello a cui a parole diceva di credere, destinata se non cambia a perdersi nell’oblio del proprio vuoto interiore.

    Una persona che all’infuori di quella che è la mia preghiera quotidiana non voglio sentire nominare.

    Una persona che mi ha privato contro la mia volontà di quella che è la gioia più grande  che un uomo possa avere, poter guardare negli occhi il sangue del tuo sangue, la carne della tua carne, guidandola nei primi passi sul sentiero della vita dicendole che la vita è un dono che nonostante le difficoltà vale la pena di essere vissuta, che lo scopo della vita è l’eternità, non le effimere soddisfazioni materiali che non ti completano che sono solo accessori che ti fanno venire sempre più sete, sete di vestiti, sete di letto, sete di istinti animaleschi, che la sorgente da cui attingere è un’altra, non è nei piaceri di questo mondo.

    Nonostante questo dolore, sono andato avanti, rinunciando per lei ai miei genitori,ai miei amici,ai miei interessi, ai miei hobby perdendo quasi anche la fede che sempre mi aveva sostenuto, ma questo il Signore non lo ha permesso, così adesso sapete chi è il famoso arbitro citato sopra.

    A chi mi chiede se odio rispondo che l’amore e l’odio sono due sentimenti opposti ma molto profondi e che chi non meritava di essere amato non merita nemmeno di essere odiato, è tempo perso, daresti troppa importanza a chi non la merita; certo che anziché carezze avrei dovuto darle calci ne culo fino a consumarmi prima il piede destro e poi il sinistro, schiaffi fino a consumarmi la mano destra e la sinistra e poi testate sul naso, da marzialista ho imparato ad usare tutte le armi a disposizione……. Poi viene il perdono, se umanamente meriterebbe quanto teste detto Cristianamente è un percorso che il Signore ci chiede, perché quando saremo davanti a Lui, tutti avremo qualcosa da farci perdonare. Il perdono è una grazia, il perdono è un cammino che mi costerà altre lacrime e altro sangue ma che devo e voglio fare mi ci volesse tutta la vita.

    A proposito, il famoso giuramento è di fatto nullo, quindi in grazia di Dio potrò se un giorno incontro la persona giusta iniziare a ricostruire una famiglia.

     

    Da luglio ad oggi ho imparato che

    Vivere soli dopo tanto patire è meraviglioso

    Che le esperienze positive sono solo un bel ricordo, e quelle negative ti fanno crescere

    Che è facile sentirsi dire ti amo da chi in pratica non fa vedere i frutti di questo amore 

     

    Ora:

    ho riscoperto il piacere di cenare con i miei genitori

    ho riscoperto il piacere di uscire con gli amici che mi hanno sempre aspettato

    ho riscoperto i miei hobby e le mie passioni

    ho conosciuto persone nuove che mi accompagnano in questo tratto di strada e poi chissà….

    Sono passato in mezzo al fuoco, quello che non è stato bruciato è stato rafforzato,purificato, dalla crisalide che ero diventato è ora spuntata una nuova farfalla con mille e più colori pronta a ripartire da zero pronta a spiccare il volo nell’eternità della vita…… e per questo ringrazio il Signore.

    6707~Figura-di-Cristo-Posters

     

    May 20

    crimen sollecitationis

    Prima di pubblicare questo articolo, aggiungo che chi lavora per il diavolo...da lui sarà pagato
     
     
     
    Ai danni della Chiesa e di Ratzinger

    Infame calunnia via Internet




    Ognuno, evidentemente, si consola come vuole. O, meglio, come può.
    Così stupisce solo in parte che dinanzi alla vitalità cattolica documentata sabato scorso in Piazza San Giovanni, ci sia chi trovi benefico sfogo a rovistare nel bidone della spazzatura alla ricerca di qualche lisca di pesce o di qualche uovo in decomposizione. Confidando magari che qualche organo di informazione, più o meno clandestino, non faccia troppo lo schizzinoso, e rilanci generosamente il tutto, offrendo al proprio pubblico come sicuro il cibo ampiamente avariato.

    Ci riferiamo ad un documentario su preti cattolici e abusi sessuali che, mandato in onda dalla Bbc nel 2006, viene oggi sottotitolato in italiano da Bispensiero, sito di amici siciliani di Beppe Grillo, e caricato su Video Google, dove pare abbia un certo successo.
    A proposito di bocche buone.

    Si tratta di un pot-pourridi affermazioni e pseudo-testimonianze che furono apertamente sconfessate a suo tempo dalla Conferenza episcopale inglese, la quale invitò l'augusta Bbc a "vergognarsi per lo standard giornalistico usato nell'attaccare senza motivo Benedetto XVI".

    Il pezzo forte del servizio infatti consisteva (e ancora consiste) nell'accusa rivolta a Joseph Ratzinger di essere stato niente meno che il responsabile massimo della copertura di crimini pedofili commessi da sacerdoti in varie parti del globo, in quanto "garante" per 20 anni - da quando fu nominato prefetto vaticano - del testo Crimen sollicitationis, che è un'istruzione emanata in realtà dal Sant'Uffizio il 16 marzo 1962.

    Da notare la data: nel 1962 infatti Joseph Ratzinger non era certo prefetto della futura Congregazione per la dottrina della fede, essendo in quel tempo ancora teologo molto impegnato nella sua Germania.

    C'è da dire che quel documento veniva presentato dalla Bbc come un marchingegno furbesco, escogitato dal Vaticano per coprire reati di pedofilia, quando invece si trattava di un'importante istruzione atta ad «istruire» i casi canonici e portare alla riduzione allo stato laicale i presbiteri coinvolti in nefandezze pedofile.

    In particolare, trattava delle violazioni del sacramento della confessione.
    Da notare che l'Istruzione richiedeva il segreto del procedimento canonico per permettere ad eventuali testimoni di farsi avanti liberamente, sapendo che le loro deposizioni sarebbero state confidenziali e non esposte a pubblicità.
    E di conseguenza anche la parte accusata non vedesse infamato il proprio nome prima della sentenza definitiva.

    Insomma, un insieme di norme rigorose, che nulla aveva a che fare con la volontà di insabbiare potenziali scandali.

    E che il testo Crimen Sollicitationis non fosse pensato per tale fine lo dimostrava un paragrafo, il quindicesimo, che obbligava chiunque fosse a conoscenza di un uso del confessionale per abusi sessuali a denunciare il tutto, pena la scomunica.

    Misura che semmai dà l'idea della serietà del documento e di coloro che lo formularono, se si pensa che in base alla legge italiana il privato cittadino (tale è anche il vescovo e chi è investito di autorità ecclesiastica) è tenuto a denunciare solo i crimini contro l'autorità dello Stato, per i quali infatti è prevista la pena dell'ergastolo.

    Senza contare che Joseph Ratzinger, più tardi diventato sì prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, avrebbe firmato - ma siamo nel maggio 2001 - una Lettera ai Vescovi e altri Ordinari e Gerarchi della Chiesa Cattolica, pubblicata anche negli Acta Apostolicae Sedis, dove si prevede espressamente che "il delitto contro il sesto precetto del Decalogo, commesso da un chierico contro un minore di diciotto anni", sia di competenza diretta della Congregazione stessa.

    Segno, per chi abbia un minimo di buon senso giuridico, della volontà romana non certo di occultare, ma di dare piuttosto il massimo rilievo a certi reati, riservandone il giudizio non a realtà "locali", potenzia lmente condizionabili, ma ad uno dei massimi organi della Santa Sede.

    Questa, e non altra, è stata la posizione della Chiesa cattolica sui reati ad essa interni di pedofilia.

    Questa, e non altra, la limpida testimonianza del nostro Papa che in tempi non sospetti si scagliò contro la sporcizia nella Chiesa.

    I calunniatori dovrebbero chinare il capo e chiedere scusa.

    http://www.db.avvenire.it/avvenire/edizione_2007_05_19/articolo_755996.html

     
     
    May 11

    Risposta alla Lettera di Travaglio di annozero

     

    Riporto la lettera che il sig. Travaglio ha indirizzato a Sua Eminenza Camillo Ruini alla trasmissione annozero, e di seguito la mia risposta

     

    POSTA PRIORITARIA

    10 / 05 / 2007

    Eminenza reverendissima cardinale Camillo Ruini,

    mi rivolgo a lei anche se la so da poco in pensione, anziché al suo successore card. Bagnasco, perché lei è un po’ l’Andreotti del Vaticano: ha accompagnato la vita politica e religiosa del nostro paese per molti decenni. Come lei ben sa, non c’è paese d’Europa che abbia avuto tanti capi del governo cattolici come l’Italia. Su 60 governi in 60 anni, 51 avevano come premier un cattolico e solo 9 un laico: 2 volte Spadolini, 2 Craxi, 2 Amato, 2 D’Alema, 1 Ciampi, che peraltro si dichiara cattolico. In 60 anni l’Italia è stata governata per 52 anni da un cattolico e per 8 da un laico. Se la DC e i suoi numerosi eredi avessero fatto per la famiglia tutto ciò che avevano promesso, oggi le famiglie italiane dormirebbero tra due guanciali. Sa invece qual è il risultato? Che l’Italia investe nella spesa sociale il 26,4% del Pil, 5 punti in meno che nel resto d’Europa a 15, quella infestata di massoni, mangiapreti, satanisti e -per dirla con Tremaglia- culattoni. Se poi andiamo a vedere quanti fondi vanno alle famiglie e all’infanzia nei paesi che non hanno avuto la fortuna di avere in casa Dc e Vaticano, scopriamo altri dati interessanti. L’Italia è penultima in Europa col 3,8% della spesa sociale alle famiglie, contro il 7,7% dell’Europa, il 10,2% della Germania, il 14,3% dell’Irlanda. Noi diamo alla famiglia l’1,1% del Pil: meno della metà della media europea (2,4). Sarà un caso, ma noi siamo in coda in Europa per tasso di natalità: la Francia ha il record con 2 figli per donna, la media europea è 1,5, quella italiana 1,3. E il resto d’Europa ha i Pacs, noi no: pare che riconoscere i diritti alle coppie di fatto non impedisca le politiche per la famiglia, anzi. Lei che ne dice?

    Lei sa, poi, che per sposarsi e fare figli, una coppia ha bisogno di un lavoro stabile. Sa quanto spendiamo per aiutare i disoccupati? Il 2% della spesa sociale, ultimi in Europa. La media Ue è il 6%. La Spagna del terribile Zapatero spende il 12,5. I disoccupati che ricevono un sussidio in Italia sono il 17%, contro il 71 della Francia, l’80 della Germania, l’84 dell’Austria, il 92 del Belgio, il 93 dell’Irlanda, il 95 dell’Olanda, il 100% del Regno Unito. E per i giovani è ancora peggio: sotto 25 anni, da noi, riceve il sussidio solo lo 0,65%; in Francia il 43, in Belgio il 51, in Danimarca il 53, nel Regno Unito il 57. Poi c’è la casa. Anche lì siamo penultimi: solo lo 0,06% della spesa sociale va in politiche abitative (la media Ue è il 2%, il Regno Unito è al 5,5). Se in Italia i figli stanno meglio che nel resto del mondo, anche perché sono pochissimi, per i servizi alle madri siamo solo al 19° posto.

    Forse, Eminenza, visto il rendimento dei politici cattolici o sedicenti tali, avete sempre puntato sui cavalli sbagliati. O forse, se aveste dedicato un decimo delle energie spese per combattere i

    Dico e i gay a raccomandare qualche misura concreta per la famiglia, non saremmo i fanalini di coda dell’Europa: perché i nostri politici le promesse fatte agli elettori non le mantengono, ma quelle a voi le mantengono eccome. Sono proprio sacre.

    Ora speriamo che il Family Day faccia il miracolo. A questo proposito, vorrei mettere una buona parola per evitare inutili imbarazzi. Come lei sa, hanno aderito all’iniziativa moltissimi politici così affezionati alla famiglia da averne due o tre a testa. Come Berlusconi, che ha avuto due mogli, senza contare le giovani e avvenenti attiviste di Forza Italia con cui prepara il Family Day nel parco di villa Certosa. Le cito qualche altro esempio da un bell’articolo di Barbara Romano su Libero. Vediamo la Lega, che fa fuoco e fiamme per la sacra famiglia. Bossi 2 mogli. Calderoli 2 mogli (la seconda sposata con rito celtico) e una compagna. Castelli, una moglie in chiesa e l’altra davanti al druido. Poi c’è l’Udc, l’Unione democratico cristiana, dunque piena di separati e divorziati. Divorziato Casini, che ha avuto due figlie dalla prima moglie e ora vive con Azzurra. Divorziati l’ex segretario Follini e il vicecapogruppo Giuseppe Drago, mentre la vicesegretaria Erminia Mazzoni sta con un divorziato. D’Onofrio ha avuto l’annullamento dalla Sacra Rota. Anche An è ferocissima contro i Dico. Fini ha sposato una divorziata. L’on. Enzo Raisi ha detto:"Io vivo un pacs". Altro "pacs" inconfessato è quello tra Alessio Butti e la sua compagna Giovanna. Poi i due capigruppo: alla Camera, Ignazio La Russa, avvocato divorzista e divorziato, convive; al Senato, Altero Matteoli, è divorziato e risposato con l’ex assistente. Adolfo Urso è separato. L’unico big in regola è Alemanno:si era separato dalla moglie Isabella Rauti, ma poi son tornati insieme. Divorziati gli ex ministri Baldassarri (risposato) e Martinat (convivente). La Santanchè ha avuto le prime nozze annullate dalla Sacra Rota, poi ha convissuto a lungo. E Forza Italia? A parte il focoso Cavaliere, sono divorziati il capogruppo alla Camera Elio Vito e il vicecapogruppo Antonio Leone. L’altro vice, Paolo Romani, è già al secondo matrimonio: «e non è finita qui», minaccia. Gaetano Pecorella ha alle spalle una moglie e "diverse convivenze". Divorziati anche Previti, Adornato, Vegas, Boniver. Libero cita tra gli irregolari persino Elisabetta Gardini, grande amica di Luxuria, che ha un figlio e (dice Libero) convive con un regista. Frattini, separato e convivente, è in pieno Pacs. Risposàti pure Malan, D’Alì e Gabriella Carlucci, mentre la Prestigiacomo ha sposato un divorziato. E al Family day ci sarà pure la Moratti col marito Gianmarco, pure lui divorziato.

    Ecco, Eminenza, personalmente sono convinto che ciascuno a casa sua sia libero di fare ciò che vuole. Ma è difficile accettare l’idea che questi signori, solo perché siedono in Parlamento, abbiano dal ‘93 l’assistenza sanitaria per i conviventi more uxorio e vogliano negarla a chi sta fuori. E che lei Eminenza non abbia mai tuonato contro i Pacs parlamentari. Ora però non

    vorrei che qualche Onorevole Pacs disertasse il Family Day per paura di beccarsi una scomunica. Perciò mi appello a lei: se volesse concedere una speciale dispensa almeno per sabato, ne toglierebbe d’ imbarazzo parecchi. Potrebbe pure autorizzarli a sfilare ciascuno con tutte le sue famiglie, magari entro e non oltre il numero di 3. Per far numero. Ne guadagnerebbe la partecipazione. Si potrebbe ribattezzare l’iniziativa Multifamily Day.

    Marco Travaglio

     

     

    Sarebbe opportuno che a risponderle sia il destinatario della lettera sua Eminenza cardinale Camillo Ruini, ma conscio che ha di meglio da fare le rispondo io pur con tutti i miei limiti, cercando di usare quella sottile ironia presente nella sua lettera senza cadere nella faziosità tipica della trasmissione che la ospita.

    E' vero che in Italia abbiamo avuto 51 governi su 60  con a capo un Cattolico, come è vero che le politiche sulla famiglia rispetto ad altri paesi europei sono risibili, questo è un male non imputabile al Vaticano il quale si è sempre battuto affinche venissero fatte politiche sulla famiglia e di aiuto ai giovani prontamente disattese dalla classe politica .Nonostante lei affermi che i politici non mantengono le promesse fatte agli elettori ma mantengono quelle fatte alla Chiesa le ricordo che in Italia abbiamo una legge sul divorzio e sull'aborto nonostante il Vaticano e lei conosce bene l'opinione della Chiesa al riguardo.

    La Chiesa ha l'ingrato compito di genitore, quello di dire anche dei no, quello di dire che non è tutto lecito e lei sa quanto è più facile dire si ai figli  in modo da farli tacere evitando così le contestazioni tanto care al popolo di sinistra, ma aihmè sarebbe un cattivo genitore.Poi i politici che si dicono cattolici, sono cattolici anche di fatto? negli ultimi 30 anni abbiamo avuto a capo del governo Cattocomunisti ovvero i padri dei nostri cattolici adulti con il cuore (forse) al Vaticano e il sedere a sinistra. Veniamo alla questione gay, la Chiesa ha per la persona il massimo rispetto (legga un poco di catechismo)non condanna l'orientamento omosessuale  ma ovviamente non può approvare l'atto omosessuale, non perchè sia capricciosa o razzista come volete far passare voi cari laicisti, semplicemente difende e conserva quello che dicono le Scritture, sicuramente saprà di Sodoma, avra letto il passo del Levitico 18,22 e 20,13  e sicuramente sa cosa dice San Paolo nella lettera ai romani  1.26,27[26] Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura.
    [27] Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s'addiceva al loro traviamento.Nella prima lettera ai Corinzi 9,10

    [9] O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolàtri, né adùlteri,

    [10] né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio.

    nella prima lettera a Timoteo 1,10

    [10] i fornicatori, i pervertiti, i trafficanti di uomini, i falsi, gli spergiuri e per ogni altra cosa che è contraria alla sana dottrina, 

    come vede non è criticato solo l'atto omosessuale.

    La Chiesa si limita a richiamare, non a imporre leggi ,vuole che i propri figli tornino all'ovile (non dice che è facile), invece di criticare la Chiesa pensi  cosa fanno ai poveri omosessuali nella civilissima cuba (osannata dal compagno Diliberto) e in cina, ma lei da comunista sicuramente lo sa .

    Per essere contrari ai dico non è necessario essere cattolici, basta un minimo di buon senso, rimpiango i vecchietti comunisti, quelli delle baciofile del circolo bocce comunisti e magiapreti ma con un profondo senso della famiglia.

    Ma ora veniamo ai politici della sua lettera che pur partecipando al Family Day hanno un passato di convivenze e divorzi, premesso che chi è senza peccato scagli la pietra (io per primo) le confesso che non mi può fregar di meno del loro stato familiare ma mi spingo oltre, sono quasi convinto che molti  di loro ci partecipino per tornaconto personale, per farsi vedere. A me interessa che una volta al governo facciano (spero) leggi a favore della famiglia e non leggi che nel giro di 20 anni portino la società allo sfascio.

    Con questo la saluto.

    Davide

     

     

     
     

    May 09

    riflettiamo

    Alla figlia di Billy Graham, che è stata intervistata in un programma mattutino della televisione americana, Jane Clayson ha chiesto (a proposito della tragedia delle Twin Towers): "Dio come ha potuto permettere che avvenisse una sciagura del genere?"

    Anne Graham ha dato una risposta estremamente profonda e perspicace: "Io credo che Dio sia profondamente rattristato da questa tragedia, proprio come lo siamo noi, ma per anni noi gli abbiamo detto di andarsene dalle nostre scuole, di andarsene dal nostro governo, di andarsene dalle nostre vite. Ed essendo LUI quel gentiluomo che è, io credo che Egli con calma si è fatto da parte. Come possiamo aspettarci che Dio ci dia la Sua benedizione e la Sua protezione se Gli chiediamo: lasciaci soli?"

    Vediamo...penso sia cominciato quando Madeline Murray O'Hare (che è stata uccisa e il suo corpo è stato trovato di recente ) ha detto di non voler alcuna preghiera nelle nostre scuole, e le abbiamo detto OK.
    Poi qualcuno ha detto: è meglio non leggere la Bibbia nelle scuole...la Bibbia che dice, Tu non ucciderai, Tu non ruberai, ama il tuo vicino come te stesso e gli abbiamo detto OK.
    Poi, il Dottor Beniamino Spock ha detto che noi non dovremmo sculacciare i nostri figli allorquando si comportano male poiché le loro piccole personalità si potrebbero deformare e con ciò si potrebbe danneggiare la loro auto-stima (il figlio del Dottor Spock si è suicidato) e gli abbiamo detto OK al riparo della giustificazione che "l'esperto è colui che sa ciò di cui abbiamo bisogno".
    Poi, qualcuno ha detto che gli insegnanti e i presidi è meglio che non puniscano i nostri figli quando si comportano male. E gli amministratori delle scuole (posizione equivalente ai provveditori degli studi nell'ordinamento italiano n.d.t.) hanno detto che nessun membro del corpo didattico tocchi uno studente quando si comporti male, in quanto non si vuole una cattiva pubblicità e sicuramente non si vuole essere citati in giudizio (vi è una grande differenza tra sculacciare, toccare, battere, schiaffeggiare, umiliare e colpire) e gli abbiamo detto OK.
    Poi qualcuno ha detto: "Permettiamo alle nostre figlie di abortire se lo vogliono, e senza dirlo ai loro genitori", e gli abbiamo detto OK.
    Poi qualche saggio componente del consiglio didattico delle scuole ha detto: "siccome i ragazzi sono sempre ragazzi e lo faranno comunque, concediamo loro tutti preservativi che vogliono, cosicché possano divertirsi quanto vogliono e senza dover dire ai loro genitori che li hanno avuti a scuola". E gli abbiamo detto OK:
    Poi alcuni degli eletti più importanti ha detto: "non è importante ciò che facciamo in privato purchè soddisfiamo agli impegni presi con gli elettori", e d'accordo con loro, noi abbiamo detto: "non mi importa che alcuno, incluso il Presidente, (è evidente il riferimento agli USA, dove peraltro si è svolta l'intervista qui tradotta) faccia ciò che vuole in privato, purchè io continui ad avere un'occupazione e l'economia vada bene".
    E poi qualcuno ha detto: "stampiamo riviste con fotografie di donne nude e chiamiamo tutto ciò salutare apprezzamento per la bellezza del corpo femminile". E noi gli abbiamo detto OK.
    E poi qualcun altro da quell'apprezzamento ha fatto un passo in avanti pubblicando fotografie di bambini bambini nudi e con un passo ulteriore le ha rese disponibili in internet. E noi abbiamo detto OK, perché loro hanno diritto alla loro libera parola.


     

    E poi l'industria del divertimento ha detto, facciamo dei programmi TV e dei film che promuovano il blasfemo, la violenza, e il sesso illecito. E registriamo musica che incoraggi il furto, le droghe, l'omicidio, il suicidio, e i temi satanici.
    E noi abbiamo detto: "è solo divertimento, non ha controindicazioni e comunque nessuno prende tutto ciò seriamente, per cui andiamo pure avanti".
    Ora ci chiediamo perché i nostri figli non hanno coscienza? Perché non distinguono il gusto dallo sbagliato? E perché non li disturba uccidere i diversi, i loro compagni di classe e perfino loro stessi?
    Probabilmente, se ci pensiamo abbastanza a lungo e intensamente, possiamo trovare una spiegazione. Io penso che abbia molto a che fare con "NOI RACCOGLIAMO CIO' CHE ABBIAMO SEMINATO".

    "Caro Dio perché non hai salvato la piccola bambina uccisa nella sua classe? Distinti saluti, uno studente preoccupato".
    E la risposta: " Caro studente preoccupato, nelle scuole non mi è permesso entrare. Distinti saluti, Dio."

    Bizzarro come è semplice per la gente metter nell'immondizia DIO e meravigliarsi perché il mondo sta andando all'inferno.
    Curioso come la gente crede a ciò che dicono i giornali e contesta ciò che dice la Bibbia.
    Bizzarro come ognuno vuole andare in Paradiso, ma al tempo stesso non credere, non pensare e non fare niente di ciò che dice la Bibbia.
    Bizzarro come qualcuno dice "Io non credo in Dio" nonostante segua Satana, il quale peraltro crede in Dio.
    Bizzarro come siamo rapidi nel giudicare ma non nell'accettare di essere giudicati.
    Bizzarro come siamo bravi nell'inviare via e-mail migliaia di giochi che poi si propagano come incendi, ma quando cominciano ad inviare messaggi che parlano del Signore, la gente pensa due volte prima di farsi partecipe.
    Bizzarro come il lascivo, il crudo, il volgare e l'osceno circolino liberamente nel cyberspazio, mentre le discussioni pubbliche a scuola o sul posto di lavoro su DIO siano state soppresse o meglio, sono state proibite per legge.
    Bizzarro come qualcuno possa scaldarsi tanto per Cristo la domenica, mentre è di fatto un cristiano invisibile durante il resto della settimana.

    State sorridendo?

    Bizzarro come quando noi spediamo questo messaggio noi lo inviamo a molti nel nostro indirizzario poiché non siamo sicuri del loro credo, o di come ci considereranno per il messaggio ricevuto.
    Bizzarro di come io sia più preoccupato di cosa la gente pensa di me piuttosto di essere preoccupato di cosa Dio pensa di me.

    State pensando?

    March 28

    Cristiani e Cretini

    Cristiani e cretini è il titolo di un nuovo libro del sig. odifreddi che al giorno d'oggi è destinato a fare commercio come tutti quei libri che senzazionalmente parlano contro la Chiesa, ci mancherebbe di errori ne sono stati fatti ma non come si vorrebbe far credere.
     
    Quello che scrive in questo blog è a detta dell'illuminato di turno un grandissimo cretino e non ha l'intelligenza che lo porta a ragionare e quindi si rifugia nella fede.
     
    No, non compro il libro di odifreddi, perchè non voglio ne arricchire le sue tasche ne arricchire il suo ego.
     
    io ho sempre pensato che un sano ragionamento portasse l'uomo a credere che tutto è così perfetto che non può essere nato a caso, ma che ci fosse qulcosa di superiore che ha dato il via a tutto.
    A me non frega niente che l'autore del libro non creda, cazzi suoi, però il suo non credere non toglie che Dio esiste e quando anche lui con sorpresa si troverà davanti al Padre Eterno, non gli verrà misurata la capacità di ragionamento ma la sua fede che è quella che salva.
     
    Riporto alcune parti del Libro.( il grassetto è mio)
     
    Già, perché? Perché tutti i testi sacri riflettono, inevitabilmente, le condizioni politiche, economiche, sociali e culturali delle comunità che li hanno creati. Meglio: delle élite che li hanno creati. A questa constatazione non si sottrae nemmeno il Nuovo Testamento, specialmente laddove Gesù dice ai suoi discepoli: «A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo in parabole, perché vedendo non vedano, e udendo non intendano». Il commento dell’autore è sferzante: «secondo la contorta logica di Jahvé […] la sua parola non deve dunque essere compresa, così che da un lato egli possa perversamente infuriarsi col suo popolo che non comprende […] e dall’altro lato, egli possa poi magnanimamente perdonarlo e risanarlo. Questa contorta logica viene dunque ereditata anche da suo Figlio, o chi per esso, che parla per parabole perché la gente non possa capirlo, affinché si compiano le profezie».
     
    Questo passo del Vangelo è Matteo 13,10-16 che riporto per intero
     

    Perché Gesù parla in parabole

    [10]Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché parli loro in parabole?».

    [11]Egli rispose: «Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. [12]Così a chi ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. [13]Per questo parlo loro in parabole: perché pur vedendo non vedono, e pur udendo non odono e non comprendono. [14]E così si adempie per loro la profezia di Isaia che dice:

    Voi udrete, ma non comprenderete,
    guarderete, ma non vedrete.
    [15]Perché il cuore di questo popolo
    si è indurito, son diventati duri di orecchi,
    e hanno chiuso gli occhi,
    per non vedere con gli occhi,
    non sentire con gli orecchi
    e non intendere con il cuore e convertirsi,
    e io li risani.

    [16]Ma beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono. [17]In verità vi dico: molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, e non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, e non l'udirono!

     
     
     
     
     
    Mi inchino alla profonda e ragionata esegesi  del "teologo" di turno, ma da cretino quale sono lo invito a non estrapolare  frasi a caso ma di leggere tutta la parabola nel suo contesto, ho ragionato bene? sig, rag. odifreddi?
    Non è che la sua parola è detta per non essere compresa dal popolo ebraico in modo da dare a Dio di mostrare la Sua Misericordia in uno strano e perverso senso del sadico.
    Semplicemente e cretinamente ragionando il popolo ebreo non la capisce perchè è duro di cuore e di orecchi, non è Gesù che parla per non essere capito, questo lo dice anche due righe dopo, ma si vede che il rag. odifreddi quella parte l'ha saltata!
     
    ANCORA:
    L’inevitabile conseguenza, sostiene l’autore, è che il cristianesimo si rivela «una religione di illetterati cretini», indegna «della razionalità e dell’intelligenza dell’uomo».
     
    e qui mi inchino alla sua intelligenza!
     
    Questa è una chicca di una ignoranza stratosferica!
     
     
    «Finché ci saranno religioni ci saranno guerre di religione, come ci sono sempre state e ci sono. Mentre invece non ci sono guerre di scienza, né ci sono mai state, perché la scienza è una sola».
     
    Ma il comunismo è una religione? non ha fatto guerre? ha solo sterminato 80 milioni di persone, forse che per la sua intelligenza sono solo una statistica? E il nazismo?
    guardi meglio che si astenga dallo scrivere cretinate e legga la Bibbia come si deve.
    March 26

    Vandea

    La documentata interpretazione di uno storico francese. In Vandea, la Rivoluzione volle tentare un esperimento folle e omicida. Un autentico genocidio. Intervista a Reynald Secher.

    [Da «il Timone» n. 54, Giugno 2006]

    Si può ben dire che Reynald Secher, 51 anni, due lauree, diversi libri fra cui uno di quelli fondamentali (Ii genocidio vandeano, Effedieffe) sia lo «scopritore» della Vandea. O, meglio, della feroce repressione attuata dalla Rivoluzione francese sulla piccola provincia che «preferiva i preti alla Dea Ragione»; un genocidio che alla fine causò 117 mila morti (su 800 mila abitanti) e 10 mila abitazioni distrutte (su 50 mila). Secher ha cominciato a studiare fatti per curiosità familiare e da allora la sua vita è cambiata: anche nel senso che è stato denigrato, ostacolato perché non ottenesse cattedre universitarie, persino minacciato. Oggi è insegnante ed editore, anche di libri a fumetti: e molti sulla Vandea, naturalmente.

    Anzitutto la storia, professor Secher. Che cosa vuol dire lei quando parla della repressione vandeana come di un «genocidio»?

    «La storia della Vandea si divide in due grandi periodi. Il primo corrisponde alla guerra civile propriamente detta: in seguito all’arruolamento forzato di 300 mila uomini, i Vandeani — come molti altri in Francia — si ribellano. Dicono no alle requisizioni, ai preti braccati, alla difesa della Rivoluzione. L’insurrezione armata si scompone a sua volta in tre grandi fasi. Dal marzo al giugno 1793, i Vandeani sono padroni del loro territorio, 10 mila km quadrati e 770 comuni. Im 29 giugno attaccano Nantes e il loro comandante Jacques Cathelineau viene mortalmente ferito: è l’inizio della seconda fase, con l’equilibrio delle forze in campo. La terza fase corrisponde alla traversata della Loira che si conclude tra il 21 e il 25 dicembre col massacro dell’armata a Savenay».

    E il secondo grande periodo?

    «A questo punto la Repubblica decide di mettere in atto un piano di sterminio e annientamento della Vandea. L’idea era stata enunciata da Bertrand Barère [un membro del Comitato di Salute Pubblica] e fu seguita da tre leggi. Quella del 1° agosto prevede l’incameramento dei beni dei vandeani, l’altra del 1° ottobre lo sterminio della popolazione, di preferenza le donne e i bambini che sarebbero divenuti i futuri “briganti”. La legge del 7 novembre prevede che il nome della Vandea venga sostituito da quello di Vengé (“vendicata”). L’applicazione di tali decisioni avviene ancora in tre fasi: la prima corrisponde ad esperimenti scientifici, con l’uso del veleno, di mine anti-uomo e massificazioni. Poi ci si orienta su strumenti più pratici: la ghigliottina, la fucilazione, il cannoneggiamento, le esecuzioni con la sciabola, gli annegamenti; metodi tuttavia costosi, lenti, inefficaci e psicologicamente insostenibili per i carnefici. Da cui il piano Turreau [dal nome del generale Louis Marie Turreau de Garambouville], lanciato il 21 gennaio 1794 e fondato su tre strutture: la flotta sulla Loira, la “colonna infernale”, il comitato di sussistenza. Per 4 mesi fu l’orrore assoluto: dappertutto si bruciava, si massacrava, si stuprava… I rapporti militari sono di una precisione incredibile: si squarciano i corpi per toglierne il grasso, si mummificano cadaveri, si concia la pelle umana, eccetera. Genocidio? Il processo di Norimberga sarà preciso in materia: si tratta di un crimine contro l’umanità per lo sterminio di un gruppo umano per cause etniche, razziali o religiose. Secondo questa definizione, il caso della Vandea dunque è un genocidio».

    Si può affermare che i fatti francesi del 1793 abbiano ispirato i grandi genocidi del XX secolo, da Lenin a Hitler, Stalin, Milosevic, eccetera?

    «Sì. La Vandea era vista come esemplare dai rivoluzionari, soprattutto da Robespierre [Maximilian Marie Isidore, l’anima e la figura più misteriosa della Rivoluzione] che voleva anzitutto compiere un’esperienza a grandezza naturale per applicarla in seguito su tutto il territorio. La storia ha deciso altrimenti. I suoi figli spirituali – tra cui Lenin, Pol Por, ecc. – se ne sono ispirati. Del resto, ricordo sempre che Lenin ha abitato in Vandea, mentre Ho Chi Minh e Pol Pot hanno studiato a Parigi... L’ideologia è la stessa, i metodi identici. Si trattava in ogni caso di creare l’«uomo nuovo» e, per questo, di eliminare il precedente».

    Ci sono straordinarie analogie tra la repressione in Vandea e la Shoah: come la cosiddetta «soluzione finale», l’uccisione dei bambini, le ceneri dei morti usate per fare sapone, persino le camere a gas...

    «Le analogie con la Shoah sono palesi, a parte una sfumatura: lo sterminio della Vandea è legale, cioè votato dal popolo sovrano; quello degli ebrei fu di tipo amministrativo».

    Ma perché i rivoluzionari s accanirono sulla Vandea, e solo su di essa?

    «La Vandea doveva essere un laboratorio su grande scala. Nacque da un caso, legato alla spontaneità della rivolta vandeana e al suo carattere unitario su un grande spazio geograficamente definito, La rivolta vandeana ha fatto paura soprattutto perché era — almeno in un primo tempo — vittoriosa. I rivoluzionari si sono dunque focalizzati sulla regione. Avrebbe potuto avvenire lo stesso in altre zone insorte, come Lione, Marsiglia, eccetera».

    È vero che Robespierre aveva anche un fine economico, cioè eliminare delle bocche che pesavano sul bilancio statale?

    «Non sono sicuro che ciò sia vero. È Gracco Babeuf ad affermarlo, però mancano le prove. Mi sembra che il primo criterio per Robespierre fu di ordine ideologico»

    Gracco Babeuf, appunto. Il primo a parlare della Vandea fu un «comunista». Curioso, no?
    «Sì, il primo a denunciare il genocidio fu il padre del comunismo. All’epoca della comparsa della sua opera sul sistema di spopolamento, nel 1795, Babeuf era solo uno sconosciuto sulla scena parigina. Nonostante lo stile ampolloso, non ci si può che rallegrare per l’esattezza e la profondità dell’analisi, del livello di conoscenza dei fatti da parte di Babeuf. Grosso modo, egli pone 5 principali domande. Anzitutto: come chiamare questo crimine di Stato? In mancanza di meglio, egli sosterrà il concetto di spopolamento. Secondo:chi è responsabile del crimine? Terzo: chi è il colpevole? E bisogna giuridicamente considerarlo la stessa persona col precedente? Quarto: come punire il delitto? Ultimo: come ricordarlo, affinché tali orrori non si ripetano? Sono le stesse domande che 150 anni più tardi solleveranno i giuristi a Norimberga. Questo per dire la modernità delle questioni e degli intenti di Babeuf. Ed è anche il motivo per cui gli storici favorevoli alla Rivoluzione hanno occultato la sua opera e per cui, non soltanto nel XX secolo, si era dimenticato l’affare vandeano ma anche tutta la morale e la riflessione che ne derivavano. Solo un giornalista, nel 1936, osò ricordarlo, concludendo che, avendo la Francia cancellato dalla memoria quel crimine di Stato, nessuno poteva rendersi conto dei delitti che stavano per essere commessi dalla Germania nazista e dalla Russia sovietica».

    La Rivoluzione francese è sinonimo di diritti dell’uomo, di «libertà, uguaglianza, fraternità», eccetera... La Vandea può essere considerata un incidente di percorso, oppure ci sono legami sostanziali con l’ideologia del rivoluzionari?

    «La questione di fondo è sapere se, come si è creduto a lungo, la Rivoluzione è un modello d’insieme oppure una somma di errori per arrivare a un sistema liberticida. Personalmente preferisco l’analisi anglosassone, soprattutto quella di Edmond Burke contemporanea agli eventi [il primo storico, irlandese, che ha criticato la Rivoluzione, già nel 1790], che intravede in un primo tempo una Rivoluzione necessaria a causa della sclerosi della società francese, ma che — a causa del delirio di una minoranza — finisce per trasformarsi non solo nella negazione dei diritti fondamentali degli uomini nel senso cristiano del termine, ma nella negazione dei diritti naturali — cosa che si traduce in una dittatura terrorista. In questo, la Rivoluzione francese è stata la matrice di tutte le dittature social-comuniste del XX secolo e del resto ciò spiega come mai i grandi eroi venerati in questi sistemi siano sempre stati i grandi terroristi rivoluzionari, come Robespierre».

    Rivoluzione francese

    La Rivoluzione francese fu anzitutto un radicale sconvolgimento dell’assetto della società. Individualismo e riduzione della religione alla sfera privata. E così il mondo entrò nell’epoca delle ideologie e dei totalitarismi.

    [Da «il Timone» n. 54, Giugno 2006]

    Il 14 luglio 1989, a Parigi si radunarono i capi di Stato di circa duecento nazioni per celebrare, intorno al presidente della Repubblica François Mitterrand, il bicentenario dell’inizio della Rivoluzione francese. Del comitato d’onore che aveva preparato quell’evento non faceva parte il grande storico Pierre Chaunu che, anzi, scelse di contestare la cerimonia con la pubblicazione del rapporto autentico sul genocidio della popolazione civile della Vandea, ordinato con fredda determinazione dai deputati delta Convenzione Nazionale nel 1793 e realizzato dalle “colonne infernali” del generate Louis Marie Turreau. Costui trasmise in duplice copia il risultato della sua missione, una per il ministero degli Interni, l’altra per l’archivio dell’esercito. Distrutta in seguito, per prudenza, la documentazione del ministero degli Interni, rimase ignorata la copia conservata nell’archivio dell’esercito, utilizzata da Reynald Secher per la sua brillante tesi di dottorato intitolata Il genocidio vandeano. Chaunu ritenne di poter affermare che la Rivoluzione francese è stata «la più grande disgrazia per la Francia e per il mondo».

    Per ironia della sorte, mentre a Parigi si festeggiava la presa della Bastiglia, nella Germania orientale avveniva la fuga di alcune migliaia di tedeschi orientali, a bordo delle loro buffe automobili Trabant. Fingendo di recarsi in vacanza, essi si presentavano alla frontiera dell’Ungheria, passando poi in Austria e infine nella Germania occidentale. Pochi mesi dopo, tra il 9 e 10 novembre 1989, veniva abbattuto il muro di Berlino. Nell’estate 1991 cadeva anche il regime comunista sovietico e il 25 dicembre veniva ammainata la bandiera dell’Unione Sovietica. Non era un mistero il fatto che essa si considerava l’erede autentica della Rivoluzione francese, da considerare una tappa intermedia prima della rivoluzione definitiva, quella proletaria, avvenuta in Russia nel 1917.

    La Rivoluzione francese ha radici lontane. Essa fu la risposta alla crisi culturale che aveva investito la Francia nel secolo XVIII, dove l’Illuminismo aveva suscitato eccessive speranze circa il diritto dell’uomo alla felicità. Più concretamente, esisteva un pesante debito pubblico che non si sapeva come finanziare. Fu scelto il sistema peggiore, la convocazione degli Stati Generali, mai più riuniti dal lontano 1614. La riunione era prevista per il 5 maggio 1789 a Versailles, la reggia fuori di Parigi. In omaggio ai nuovi principi democratici, al Terzo Stato (borghesia) fu attribuito un numero di deputati pari alla somma degli altri due, Clero e Nobiltà. L’inverno fu speso per redigere i Cahiers des doléances, una specie di libro dei sogni francesi. Fu un periodo di fatto rivoluzionario perché ciascuno agiva come se la legge ordinaria non valesse più. Con la sessione degli Stati Generali del 5 maggio, iniziarono anche i conflitti. I discorsi del re Luigi XVI e del revisore delle finanze Jacques Necker non andavano d’accordo con le forti speranze concepite dai francesi.

    Si accese una dura discussione procedurale circa le votazioni, se dovevano avvenire per testa o per ordine. Non era una polemica vuota: se si votava per testa, il Terzo Stato sarebbe risultato vittorioso; se per ordine, era prevista l’alleanza tra Clero e Nobiltà col risultato di due a uno, ma in questo caso la maggioranza numerica del Terzo Stato sarebbe risultata una beffa. La discussione fu troncata dal Terzo Stato il 17 giugno, con il famoso “giuramento della pallacorda”, ossia la decisione di autoproclamarsi Assemblea Nazionale Costituente. Fu inviata una delegazione agli altri due Stati perché si unissero in un’unica assemblea che prometteva di non sciogliersi prima d’aver dato alla Francia una Costituzione scritta.

    Ormai si era in piena rivoluzione, con il re in una posizione precaria, anche per l’assenza di un progetto monarchico credibile, sostenuto da consiglieri affidabili. Si erano formati numerosi partiti, ciascuno dotato di organi di stampa e di sedi dove avvenivano discussioni politiche caratterizzate dal radicalismo più acceso.

    Il 14 luglio avvenne l’episodio centrale del primo anno rivoluzionario, assurto alla funzione di simbolo. Un corteo di dimostranti, munito di armi saccheggiate nell’arsenale, prese d’assalto un vecchio carcere, la Bastiglia, presidiato da un reparto di mercenari svizzeri e di invalidi. Furono liberati meno di una decina di detenuti comuni, dopo aver massacrato le guardie e decapitato il comandante. Tre giorni dopo, il re Luigi XVI dovette concedere la formazione di una Guardia Nazionale posta agli ordini del marchese Joseph de La Fayette, noto per aver preso parte alla rivoluzione delle Tredici colonie d’America. La Guardia Nazionale rispondeva direttamente all’Assemblea Nazionale Costituente. Non avendo tempo per far confezionare le divise, fu studiata una coccarda formata dai due colori della municipalità di Parigi, il blu e il rosso, separati dal bianco che era il colore dei Borbone di Francia. Così nacque la famosa bandiera tricolore francese.

    Per il resto del mese di luglio in tutta la Francia si sviluppò un curioso fenomeno di social panic, la Grande Paura. Si favoleggiava l’esistenza e i movimenti di un esercito di realisti in marcia per annullare le concessioni fatte dalla monarchia. Seguirono numerose Bastiglie locali che avevano di mira la distruzione degli archivi delle famiglie nobili. Molti appartenenti all’aristocrazia, giudicando incerta l’azione del re e pregiudicati i suoi diritti, scelsero la via dell’emigrazione.

    Il 4 agosto, nel corso di una seduta notturna che vide i deputati del clero e della nobiltà correre alla tribuna per denunciare ogni ostacolo all’uguaglianza, avvenne l’abolizione dei titoli nobiliari e dei privilegi di origine feudale, parificando tutti i cittadini davanti alla legge. Nella seduta del 26 agosto fu proclamata la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, un documento di grande valore ideale, ma redatto secondo i principi quanto mai astratti di Jean Jacques Rousseau, l’autore più citato nel corso dei dibattiti dell’Assemblea Costituente.

    In quell’anno lungo che fu il 1789, il raccolto agricolo risultò scadente e perciò all’inizio dell’autunno ci fu l’aumento dei prezzi. Il 5 e 6 ottobre, un corteo di donne, prontamente egemonizzato da un gruppo rivoluzionario, si recò a Versailles per chiedere un calmiere. Poiché pioveva, i dimostranti furono fatti entrare nella reggia per trascorrervi la notte. Il mattino seguente la famiglia reale dovette lasciare Versailles per rientrare in Parigi, alle Tuileries, la reggia di città, controllata dalla Guardia Nazionale. Anche l’Assemblea Costituente dovette trasferirsi a Parigi nei giorni successivi.

    Un mese dopo, il 2 novembre, si consumò il definitivo atto rivoluzionario, la chiave di volta della rivoluzione francese. Su proposta del vescovo di Autun, Charles Maurice de Talleyrand, i beni del clero furono nazionalizzati e posti in vendita. Il debito pubblico fu attenuato con l’emissione di una cartamoneta, gli assegnati, che lo Stato si impegnava ad accettare al momento della vendita dei beni del clero, da effettuare un poco alta volta. La giustificazione del provvedimento fu acuta. In uno Stato che proclamava la proprietà sacra e inviolabile, fu affermato che la Chiesa è povera, dunque essa non è titolare di una vera proprietà. Trovandosi in gravi necessità, la Nazione riprendeva il controllo di ciò che aveva prestato alla Chiesa di Francia. Lo Stato avrebbe provveduto al mantenimento del clero, ma solamente a patto di abolire le congregazioni “inutili”, ossia quel
    le contemplative, come era il caso delle Carmelitane di Compiègne, mantenendo in vita solamente le congregazioni al servizio di scuole, ospedali, ospizi. Seguì la Costituzione Civile del Clero, quest’ultimo posto alle dipendenze dello Stato che esigeva un giuramento di fedeltà alle proprie direttive. Giansenisti e Gallicani accettarono, ma non così quella parte del clero che si rimise alle decisioni del Papa. Quando, circa otto mesi dopo, Plo VI fece conoscere il giudizio negativo della Curia romana, in Francia avvenne lo scisma tra clero giurato e clero refrattario, quest’ultimo prontamente messo al bando e costretto a operare nella clandestinità. Due anni dopo, nemmeno il clero giurato ricevette lo stipendio, perché esplose la guerra europea e i beni del clero furono accaparrati dai soliti finanzieri d’assalto. Infine ci fu l’abolizione del culto cattolico, sostituito da ridicole cerimonie di culto civico nei confronti della dea Ragione o dell’Ente Supremo.

    Il resto della rivoluzione francese, a ben vedere, fu un continuo spostamento a sinistra, ma solamente verbale, con l’unico obiettivo di bloccare il radicalismo di giacobini e sanculotti, ossia del ceto borghese e repubblicano, che utilizzava il proletariato parigino come braccio armato. Alla fine, come unica via d’uscita, i francesi accettarono il colpo di Stato militare di Napoleone, in grado di realizzare l’unico regime gradito in Francia. fondato sulla gloria militare delle armi, fortemente accentrato, con burocrazia efficiente, attestato su posizioni borghesi e conservatrici, dopo aver ripristinato in parte il culto cattolico con il Concordato del 1801.

    I falsi miti

    «La menzogna della pretesa “presa” della Pastiglia da parte del popolo di Parigi. Il mito di questo avvenimento è la prima grande costruzione della propaganda rivoluzionaria, montata nel corso della seduta dell’Assemblea successiva ai fatti accaduti, allo scopo di trasformarli in un avvenimento storico. In realtà, come hanno notato, nello stesso momento in cui accedevano i fatti, alcuni testimoni assolutamente incontestabili, quali i futuri capi rivoluzionari Jean-Paul Marat e Paul-François-Nicolas-Jean de Barras – quest’ultimo in una relazione scritta nel 1789 – (…), si è trattato di un’azione di sparuti gruppi di vagabondi e di disertori, soprattutto stranieri, tedeschi e provinciali, come dice Marat, che cercavano munizioni. Come mostrano in dettaglio questi stessi testimoni, il popolo di Parigi si è tenuto ostentatamente alla larga da quell’azione, contrariamente a quanto pretendono di far vedere le illustrazioni stampate appena dopo». (Jean Dumont, I falsi miti della Rivoluzione francese, Effedieffe, 1989, pp. 12-13).

    © il Timone
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    Pur divenuta europea, la Rivoluzione del 1789 ha mantenuto con la Francia uno speciale legame. Laicismo di Stato, influenza della massoneria, scristianizzazione: i Lumi continuano a portare danni alla “figlia primogenita” della Chiesa cattolica.

    [Da «il Timone» n. 54, Giugno 2006]

    La pratica religiosa almeno mensile (che è cosa diversa da quella settimanale, e che è qui riferita a tulle le religioni, non solo a quella cattolica) secondo idati più recenti è al 40,5% in Italia e al 7,6% in Francia. Come spiegare questa enorme differenza fra due paesi vicini, dove la religione cattolica rimane maggioritaria e dove la Chiesa ha una storia millenaria e luminosa?

    Per alcuni, questi dati si spiegano con la perdurante vitalità di un anti-cattolicesimo militante in Francia, rilevata dallo storico René Remond in due opere recenti che hanno generato un ampio dibattito. Ma perché in Francia l’anti-cattolicesimo é più forte che altrove?

    L’Illuminismo anti-religioso del Settecento ha fatto i suoi danni in tutta Europa, ma con la Rivoluzione francese si afferma in Francia un tipo di Illuminismo che non si ritrova in nessun altro Paese europeo, dove non solo l’istituzione religiosa è criticata ma nasce insieme un culto dello Stato che si modella più o meno consapevolmente sulla Chiesa e ne usurpa i caratteri. In Francia — e solo in Francia — si verifica con l’Illuminismo e la Rivoluzione, per usare le parole della sociologa Danièle Hervieu-Léger, «una sacralizzazione delIa politica e una vera e propria trasfigurazione religiosa della sovranità», dove lo Stato si pretende fondamento della morale e vero e proprio potere spirituale. Non è tanto che la Francia interpreti in modo restrittivo, nel senso laicista di una separazione assoluta fra religione e società, il dare a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio. Il laicismo e un fenomeno generale in Europa. È che in Francia Cesare è Dio: lo Stato è al centro di un’autentica nuova religione, che solo in Francia ha un certo successo, mentre in Italia e altrove tentativi di costituire religioni dello Stato (si pensi alla “mistica fascista”) sono sempre stati accolti con ironia e scetticismo dalla popolazione. In questo senso, la Rivoluzione francese è ancora all’opera in Francia, sia sul piano del costume — alla bassissima affluenza alle cerimonie religiose fanno da contrappunto i PACS e il primato europeo dei divorzi e delle convivenze — sia su quello delle leggi, come mostra la legge del 2004 che vieta agli alunni di presentarsi a scuola con simboli religiosi, se non di dimensioni quasi invisibili, che nei lavori preparatori richiama esplicitamente gli “immortali principi” del 1789 e che il presidente Chirac ha celebrato con una visita di Stato alla sede della laicissima massoneria francese. 

    Questo non significa che la situazione oggi sia del tutto analoga a quella del primo Ottocento. Il rapporto fra religione e conseguenze della Rivoluzione è passato attraverso una seconda a una terza fase. Nella seconda fase, che si costruisce lentamente nel corso dell’Ottocento e del Novecento, prima gli ebrei e i protestanti (che, inizialmente “emancipati” dalla Rivoluzione, avevano poi anch’essi sofferto — nella misura in cui vivevano la loro fede come tale e non come semplice eredità culturale — dell’ostilità ufficiale alla religione), quindi anche molti teologi ed esponenti della gerarchia cattolica dichiarano formalmente di accettare l’”eredità comune” della Rivoluzione che unirebbe tutti i francesi. Questa posizione, tipica degli anni 1970 e 1980 — ma ancora ben viva nel progressismo cattolico francese — ha avuto conseguenze rovinose, e non è l’ultima causa della riduzione al minimi termini del numero di cattolici praticanti in Francia. Inoltre, pur discutibile, poteva avere un senso finché la cultura francese del laicismo rivoluzionario rimaneva fedele alle sue caratteristiche ottocentesche, certo anti-cattoliche ma che almeno mantenevano alcuni valori morali.

    Ma negli anni 1960, con il 1968 come data emblematica, inizia una terza fase dell’interpretazione dell’eredità della Rivoluzione in Francia. Forzando talora il dato storico, la Rivoluzione è considerata come insurrezione non solo contro la religione ma anche contro la morale. Si attacca così il modello di famiglia monogamica ed eterosessuale che la cultura rivoluzionaria ottocentesca aveva sostanzialmente mantenuto, pur introducendo il divorzio, mentre con le norme in tema di anticoncezionali liberi e gratuiti, coppie omosessuali, aborto, bioetica e fecondazione assistita, e le proposte che riguardano l’eutanasia, si negano i concetti di natura e di ordine naturale, che l’Illuminismo rivoluzionario non aveva eliminato, anche se — togliendo loro il fondamento metafisico e religioso — ne aveva implicitamente preparato il successivo abbandono. Questi sviluppi mettono in crisi la teologia cattolica progressista del “valori condivisi” e dell’”eredità comune”. Dal momento che certo non poteva essere “comune” il momento filosofico e istituzionale anti-religioso, questa teologia pensava di trovare in alcuni valori morali l’elemento “condiviso” tra Francia cattolica e Francia rivoluzionaria. Ma oggi con l’aborto, i PACS e Ia negazione sempre più evidente del valori della famiglia — il fatto che il sindaco di Parigi sia uno dei più noti militanti gay europei ha un enorme valore simbolico, e non solo — gli eredi della Rivoluzione hanno definitivamente voltato le spalle anche a quella modica quantità di morale su cui qualcuno aveva pensato di poter fondare una storica riconciliazione fra due idee da secoli contrapposte della Francia: la figlia primogenita della Chiesa e la dama col berretto frigio impegnata a esportare nel mondo la massoneria laicista del Grande Oriente e il laicismo rivoluzionario. Dopo i PACS — ma in realtà già dopo il 1968— questa strategia è impossibile, qualunque cosa ne pensi un progressismo cattolico più duro a morire in Francia che altrove. La via che porta alla rimonta rispetto alle fallimentari statistiche francesi in materia di pratica religiosa e di comportamenti morali non può che passare per una denuncia dura e senza illusioni della Rivoluzione e della conseguenze che ha prodotto nel corso del secoli.

    I falsi miti

    «La menzogna maggiore: la dissimulazione del vero progetto, cioè l’anticristianesimo. [la Rivoluzione] si spiega attraverso un “mese chiave”, sul quale bisogna attirare l’attenzione. Questo mese, che va dal 7 luglio 1792 monarchico al 10 agosto successivo, quando viene distrutta la monarchia, rivela una specificità della Rivoluzione più significativa di ogni altra, perché allora essa ribalta tutto. Questa specificità è l’anticristianesimo totalitario, la sola vera essenza della Rivoluzione francese e il suo unico vero progetto, iniziale e finale. Essa manifesta nei rivoluzionari ciò che Edmund Burke ha magistralmente riconosciuto nel 1790: la loro “fede imperturbabile nei prodigi del sacrilegio”» (Jean Dumont, I falsi miti della Rivoluzione francese, Effedieffe, 1989, p. 32).

    Inquisizione

    dì Oscar Sanguinetti

    Qualche consiglio per orientarsi nel vasto campo delle pubblicazioni sull’inquisizione. Preoccupati solo di conoscere la verità storica.

    Per orientarsi e per orientare - che poi non è altro che il "rendere ragione della speranza che è in noi" scritturale - su un tema contestato come quello dell’inquisizione, limitandomi alle opere generali e più o meno reperibili, suggerirei in primis, il volumetto equilibratamente apologetico di Rino Cammilleri, Storia dell’Inquisizione, apparso nel 1997 (Newton Compton, Roma), che propone una sintesi agile, ma di solido impianto, della storia e dei casi più noti - incluso quello, balzato alla ribalta nel 2000, causa film, della presunta strega Gostanza da Libbiano, nella Toscana del XVI secolo integrata da una discreta bibliografia e da un’utile cronologia.

    Analogo lavoro, più equanime di quanto l’impianto redazionale, a partire dal sottotitolo, lasci supporre, è il breve saggio degli storici francesi Guy e Jean Testas (Bonanno, Acireale 1989) dal titolo L’inquisizione. Storia di un olocausto. in particolare, i dati riportati nelle ultime pagine ribadiscono l’esiguità del numero dei casi trattati dal tribunale conclusisi con l’affidamento al "braccio secolare". Sulla medesima falsariga si pongono L’inquisizione, del francese Jean-Pierre Dedieu, uscito in Francia nel 1987 e tradotto nel 1990 (ora in 2a ed., San Paolo, Cinisello Balsamo 1994) e l’omonima breve introduzione dello storico spagnolo Ricardo Garcia Carcél, riccamente illustrato (L’inquisizione, Fenice 2000, Milano 1994).

    Per l’inquisizione medievale, un’ampia "scheda", che non si limita alla storia, è costituita dalla voce Inquisition, scritta da Jean-Baptiste Guiraud (1866-1953) per il monumentale Dictionnaire apologétique de la foi catholique, uscito in Francia fra il 1911 e il 1913, tradotta con il titolo Elogio della Inquisizione (Leonardo, Milano 1994) a cura di Rino Cammilleri e con un invito alla lettura di Vittorio Messori.

    In appendice a quest’opera si trovano alcune Integrazioni bibliografiche, redatte da Marco invernizzi e da me, che offrono una rassegna ragionata delle correnti storiografiche in tema d’inquisizione, non solo di quella medievale, ma anche di quella spagnola, senz’altro la più esposta agli strali dei critici e degli ambienti ostili alla Chiesa. A essa rimando come lo strumento più idoneo a soddisfare un po’ tutti i tipi di esigenza conoscitiva. Fra i contributi meno datati che vi si trovano elencati, figurano gli studi di Henry Kamen (L’inquisizione spagnola, trad. it., Feitrinelli, Milano 1973) e di Bartolomé Bennassar (Storia dell’inquisizione spagnola dal XV al XlX secolo, trad. it., Rizzoli, Milano 1994). Riguardo al primo autore, va osservato come nell’edizione inglese (Inquisition and society in Spain in the sixteenth and seventeenrh centuries, Weidenfeld & Nicolson, Londra 1985) egli rovesci la prospettiva fortemente critica iniziale, abbandonando la tesi che l’inquisizione sia stata un fattore frenante dello sviluppo culturale della Spagna, che invece considera ora, non a torto, una delle nazioni dalle istituzioni più progredite sotto il profilo etico-giuridico.

    Noi novero delle opere citate nelle Integrazioni predette cade anche la messa a punte, stringata, ma efficace, dei progressi storiografici successivi ai lavori citati, che lo storico francese "non conformista" Jean Dumont (1922-2001) fa in un’intervista (L’Inquisizione fra miti e interpretazioni) a cura di Massimo introvigne, apparsa sulla rivista Cristianità nel 1986 (anno XIV n. 131, Piacenza marzo1986, pp. 11-13).

    Dopo il 1994, terminus ad quem di questa bibliografia ragionata, la ricerca ha predetto un nutrito numero di contributi di livello scientifico, incontrati però più che altro su aspetti locali; i singoli Paesi europei, le regioni italiane, oppure settoriali, quali, per esempio, la procedura, il "caso" degli ebrei, la stregoneria.

    Fra i lavori di carattere generale più accessibili al lettore medio si segnala la monografia Lo "scandalo dell’Inquisizione". Tra realtà storica e leggenda storiografica, che Francesco Pappalardo ha redatto per il volume collettaneo Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia, a cura di Franco Cardini (3a ed., Piemme, Casale Monferrato, pp. 353-371), uscito nel 1995. Il medievista Franco Cardini, dal canto suo, ha alimentate il dibattito con il suo opuscolo L’inquisizione (Giunti, Firenze 1999; allegato al mensile Storia e Dossier, n. 141, Firenze settembre 1999, non più pubblicato), nonché curando la ristampa del Manuale dell’inquisitore del domenicano francese, co-autore della procedura inquisitoriale, padre Bernard Gui (1261ca.-1331) (Gallone, Milano 1998, con testo originale a fronte).

    Rino Cammilleri - uno degli scrittori più attenti al problema - nel 2001 è tornato sul tema con La vera storia dell’inquisizione (Piemme, Casale Monferrato), nuova edizione ampliata del volumetto citate in esordio, nonché con la terza edizione del suo romanzo L’inquisitore (San Paolo, Cinisello Ralsamo).

    Sulla "terza Inquisizione" - dopo quella medievale e quella spagnola -, oltre alla valida ricerca dello studioso ebreo americano John Tedeschi, Il giudice e l’eretico, Studi sull’inquisizione romana (trad. it., Vita e Pensiero, Milano 1997), va menzionato il grosso volume, alquanto critico (e peraltro anche criticato), ma ricco di documentazione, trattata con onestà scientifica, di Adriano Prosperi, Tribunali della coscienza, inquisitori, confessori, missionari, Einaudi, Torino 1996.

    Pur dedicato ad un aspetto particolare, il saggio dello studioso danese Gustav Henningsen L’avvocato delle streghe. Stregoneria basca e Inquisizione spagnola (trad. it., Garzanti, Milano 1990), per l’esemplare lavoro svolto sulle fonti, reso possibile dall’ingente materiale che il tribunale inquisitoriale dei Paesi Baschi ha prodotto all’inizio del secolo XVII - come appare immediatamente dal campione di dati riportato nelle appendici -, costituisce una testimonianza indiretta della scrupolosa metodica applicata dagl’inquisitori spagnoli. Di questo lavoro vale la pena rammentare l’apprezzamento che Antonio Socci fece nell’aprile del 1990 dalle colonne del settimanale il Sabato; "Qual è la sua tesi? innanzitutto il Medioevo cristiano fu immune dalla follia criminale della caccia alle streghe; Per più di mille anni, per tutti i cosiddetti "secoli bui" non esistono né cacce, né roghi di streghe [...]. L’ossessione sanguinaria della caccia alle streghe è un fenomeno tutto moderne: comincia sul finire del 1400 e prosegue per un paio di secoli, soprattutto nei paesi protestanti. Dal libro di Henningsen si apprende che, contrariamente a tutte le istituzioni giudiziarie del tempo, l’inquisizione non usava normalmente la tortura. Di fatto - scrive Henningsen - la popolazione cattolica non odiava, né temeva il sant’Uffizio quanto molti storici hanno voluto farci credere. La gran maggioranza doveva considerare l’Inquisizione come un baluardo contro l’eresia che minacciava la società dall’interno e dall’esterno". Conclude questa proposta di letture con un testo che rappresenta forse un dettaglio, ma un dettaglio non del tutte irrilevante, del panorama. La figura dell’inquisitore Bernard Gui è stata oggetto di una radicale denigrazione nel romanze di Umberto Eco Il nome della rosa, e con ancor maggiore volgarità nel popolarissimo film tratto dal libro. A entrambi questi attacchi replicò a sue tempo Massimo Introvigne con l’articolo Contro "Il nome della rosa" apparso sulla rivista Cristianità (anno XV n. 142, Piacenza febbraio 1987, pp. 7-11; disponibile sui sito http://www.alleanzacattolica.org/indici/articoli/introvignem142.htm). Oltre a essere l’unica risposta che io conosca a questa autentica operazione di "guerra culturale", che ha nuociuto in maniera devastante al senso comune sulla Chiesa e sulla religione, nonché al gusto stesso della verità, attraverso il ricupero della verità su Bernard Gui, religioso, giudice, storico e vescovo cattolico, esso restituisce, in filigrana, la sua dignità all’intera vicenda storica - senza dubbio, come tutte le vicende umane, non priva di ombre - del tribunale della fede e, con essa, alla verità cattolica tout court.

    Inquisizione

    "Per quanto riguarda i tribunali dell’inquisizione spagnola, tra il 1540 e il 1700 la pena capitale fu comminata a 820 persone, su un totale di 44.000 casi, ciò equivalendo a una percentuale dell’uno virgola nove". (John Tedeschi, Il giudice e l’eretico, Vita e pensiero, p. 85).

    © Il Timone n. 23, gennaio/febbraio 2003
     
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    Torquemada, le streghe, il sabba, la tortura, il rogo. Parla Franco Cardini, medievista di fama mondiale: solo la disinformazione tiene in vita la leggenda nera sull’inquisizione.

    Difendere Torquemada. È pur sempre un toscanaccio (cioè un "guascone d’Italia"...) Franco Cardini: lo specialista dei Medioevo che non si perse il gusto di rivalutare le Crociate o - più recentemente - l’Islam dopo Bin Laden... Ma il bello è che uno storico del suo calibro non può essere accusato di "revisionismo" solo perché difende una tesi scomoda all’opinione comune: bisognerebbe saperne più di lui sui testi, sulle fonti, sugli inoppugnabili studi scientifici cui si riferisce come qualunque professore. Anche parlando d’inquisizione.

    Professor Cardini, quali sono i luoghi comuni più diffusi sull’inquisizione?

    La prima nozione da sfatare è che l’inquisizione procedesse in modo arbitrario e per volontà della Chiesa di asservire la società laica alla sua visione repressiva e fanatico. Ciò è totalmente privo di fondamento e corrisponde a una "leggenda nera" avviata nei secoli XVIII e XIX, prima in àmbito illuministico e poi protestante: due propagande calunniose, che volevano distorcere la realtà in modo anticattolico (tra l’altro, i roghi erano più frequenti nei Paesi della Riforma, soprattutto calvinisti, che in quelli soggetti a Roma). Così, anche se a livello scientifico la realtà è ormai chiara da decenni, il gioco dei mass media continua a mettere in circolazione le vecchie dicerie del Sette e Ottocento.

    Intende dire che la ferocia dell’Inquisizione non corrisponde al vero?

    Assolutamente no, e non lo dico io che - in quanto cattolico - potrei essere sospetto di parzialità. Lo affermano studiosi come John Tedeschi, italo-americano ed ebreo, o come Adriano Prosperi, di area marxiano-gramsciana, i quali concordemente arrivano a questa diagnosi: i processi dell’inquisizione sono in generale corretti, il ricorso alla tortura c’è nella misura in cui è un espediente ordinariamente usato a quel tempo nei tribunali laici, infine gli inquisitori funzionano spesso come garanti di equità nel processo. Non sono rari, infatti, i casi di assoluzione degli imputati in seguito a una presa di posizione dell’inquisitore.

    Però sembrano tutte eccezioni rispetto alla regola.

    Sono casi particolari, non eccezioni. Normalmente, invece, il processo inquisitoriale si concludeva col non luogo a procedere oppure con condanne leggere (l’esilio, pene pecuniarie, penitenze). Gli specialisti oscillano tra il 40 e il 70% di processi conclusi con una condanna, e in questa percentuale - alta ma non schiacciante - la pena capitale è relativamente rara, senza contare che c’erano infiniti modi per evitarla. In sostanza il rogo coglieva solo l’eretico che si metteva nelle condizioni di essere considerato recidivo.

    Però sembra sempre di nascondersi dietro una regolarità giuridica. In realtà ciò che oggi infastidisce è che la "caccia alle streghe" appare una persecuzione delle idee, un moto repressivo delle coscienze.

    Quest’immagine è frutto di un’informazione più che lacunosa: inesistente. È una diceria. In realtà i delitti legati alla stregoneria o all’eresia erano veri e propri reati. In generale non si finiva davanti all’Inquisizione per le proprie opinioni, ma sempre per l’accusa di reati effettivi: aver procurato aborti, avere avvelenato qualcuno, aver partecipato ad atti delittuosi... Spesso poi non era la Chiesa bensì il popolo che voleva veder bruciata la strega, di cui magari si era servito per pratiche vergognose, ma della quale aveva paura perché essa conosceva i segreti di tutto il paese.

    Niente streghe perseguitate perché donne, o perché troppo libere, o perché troppo ribelli?

    Il passepartout della repressione delle donne in quanto "diverse", o della follia di povere matte che venivano trattate come criminali, è troppo facile. Così come è abusata l’idea che fosse la paura stessa dell’Inquisizione a indurre le accusate a inventare menzogne come le scene del sabba, il volo delle streghe, eccetera. Oggi, grazie alla psicoanalisi, sappiamo molto di più sul rapporto complesso che si può creare tra accusatore e accusato, e che talvolta induce quest’ultimo a creare i presupposti della condanna. Inoltre il Seicento fu un’epoca in cui il livello della fantasia era elevatissimo, per esempio si è scoperto che il pane veniva preparato utilizzando ingredienti fortemente allucinogeni come il loglio, una sorta di droga vegetale. E questo aiuta a capire come nella "confessione" delle streghe non ci fosse solo la disperata adesione allo schema demonologico dell’inquisitore, ma processi assai più articolati.

    E la tortura? La confessione resa per sfuggire al dolore?

    Questo certamente succedeva, ma non bisogna dimenticare nemmeno che la tortura era un procedimento ordinario, che si usava abitualmente nei tribunali civili come strumento probatorio. La tortura giudiziaria era chiaramente regolata: non doveva essere più feroce e dolorosa di un certo livello, doveva essere limitata nel tempo, spesso si svolgeva sotto controllo di un medico. Inoltre poteva essere usata solo in due casi: quando le dichiarazioni dell’imputato era no contraddittorie o quando le prove di un processo non fossero chiare.

    Riesce a salvare anche Torquemada, che incombe sul nostro immaginario come l’inquisitore per antonomasia?

    Chi l’ha studiato, ci mostra un uomo rigoroso e duro, però di grande correttezza. Faceva un mestiere spiacevole (era funzionario dei Reali di Spagna) perché là l’inquisizione dipendeva dalla Corona e non dalla Chiesa: fatto che spesso si dimentica), ma era molto lontano dalle caricature cinematografiche che se ne sono fatte.

    Tutto bene, allora? Qual è il bilancio dello storico cristiano di fronte all’inquisizione?

    Bisogna tener presente che la libertà di opinione e di pensiero è una conquista del XVIII secolo e che prima si ragionava in termini di verità assolute e di istituzioni chiamate a tutelarle. Spesso gli inquisitori dovevano cedere alla ragion di Stato, perché i sovrani avevano paura degli eretici i quali sovente erano anche criminali comuni, o comunque dei sovversivi, e come tali andavano messi in condizioni di non nuocere. Il processo di rottura provocato dalla Riforma e la nascita dello Stato assoluto, messi insieme, generarono in Europa un clima che tendeva a privilegiare la "sicurezza sociale" sulla libertà individuale d’espressione. Perciò, aspettarsi con due o tre secoli di anticipo il rispetto dei moderni diritti umani è un indebito anacronismo storico.

    Inquisizione

    "Non si possono giustificare i soprusi, i roghi e tutti gli altri orrori che, in nome della difesa della fede, furono commessi nel periodo della Riforma. Questi strumenti furono impiegati non solo dall’inquisizione ma praticamente da tutti gli altri sistemi giudiziari d’Europa: nel sedicesimo secolo erano parte integrante delle procedure, fatto del quale nessuno si scandalizzava. È tuttavia mia convinzione che le future ricerche dimostreranno che essi furono usati con minore frequenza e con più riguardo per la dignità umana nei tribunali del Sant’Uffizio che altrove". (John Tedeschi, Il giudice e l’eretico, Vita e pensiero, pp. 122-3).

    © Il Timone n. 23, gennaio/febbraio 2003
     
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    Inquisizione! Basta la parola e per i cattolici non c’è che un rimedio: chiedere scusa, contriti, a destra e a manca. Ma la vera storia è un’altra. Scopriamo la mite Inquisizione.

    Non v’è dubbio che l’Inquisizione sia ancora oggi uno degli istituti più demonizzati della storia, di quella della Chiesa in particolare. I libri scolastici la descrivono come strumento efficace, spietato ed infallibile, utilizzato dal Papato per affermare la propria egemonia e per condannare al rogo eretici e miscredenti. E molti tra gli studenti, ovviamente, rimandano a memoria questo insegnamento. Che i tribunali dell’Inquisizione fossero luogo di inenarrabili torture e di sadiche condanne (ci furono, in realtà, ben tre Inquisizioni: la medievale, la spagnola e la romana, ciascuna con una storia propria, ma per i più, purtroppo, questi sono dettagli irrilevanti) è opinione assai diffusa. Questa immagine nasce nel Cinquecento protestante, cresce nel Settecento degli Illuministi e si nutre con la letteratura popolare ottocentesca, ispirata dalla Massoneria. Come si vede, tutte fonti interessate, certamente non amiche della Chiesa. Sarà da vedere quanto siano storicamente attendibili. Gli effetti di tanto accanimento si vedono, eccome, anche in casa cattolica. Al solo pronunciare la parola "Inquisizione" i nostri ammutoliscono, si vergognano, si rifugiano in un imbarazzante "non so che cosa dire". Non sempre è così, meno male. I più recenti studi storici stanno gradualmente modificando questa "leggenda nera" dell’Inquisizione, grazie ad una considerevole quantità di dati di cui si viene a conoscenza, che smascherano le falsificazioni e rendono possibile conoscere la verità.

    Ne emerge una Inquisizione diversa da quella comunemente denigrata, una Inquisizione non scevra da errori ed eccessi, certo, ma pur sempre limitati, circoscritti, subito corretti non appena denunciati. Insomma, sta emergendo con sorpresa una Inquisizione sostanzialmente mite e tutt’altro che sanguinaria.

    Lasciamo parlare i fatti. Nell’immaginario popolare, il termine Inquisizione è sinonimo, in primo luogo, di "tortura". Chi non ricorda il film "Il nome della Rosa", del regista francese Annaud, sceneggiato dalle pagine dell’omonimo libro di Umberto Eco? Quante altre immagini truculente nei film e nei libri: inquisitori sadici, celle buie e profonde, tenaglie e cavalletti, corpi straziati. Ora, qui - va detto chiaramente - ci troviamo di fronte, quasi sempre, ad immagini che rappresentano un autentico falso storico. In primo luogo: 1’inquisito non era affatto alla mercè del sadismo incontrollato di qualche boia occasionale. La tortura applicata dagli inquisitori - si applicava, allora, ovunque era regolata da norme e disposizioni ecclesiastiche molto precise, severe, che ne stabilivano liceità e procedure, rendendola, concretamente, molto meno dura di quanto si possa immaginare. E’ vero: la procedura inquisitoriale ha fatto ricorso alla tortura, che fu ordinata con la bolla Ad extirpanda di Papa Innocenzo IV nel 1252: "ll podestà o il rettore della città saranno tenuti a costringere gli eretici catturati a confessare e a denunciare i loro complici". Ma nella bolla, tuttavia, si precisa - e questo si dovrà pur ricordare, qualche volta che la tortura degli imputati non doveva "far loro perdere alcun membro o mettere la loro vita a repentaglio". Dunque, una tortura, si, ma senza spargimento di sangue e senza mutilazione alcuna. Niente a che fare con quel che sulla tortura ci hanno insegnato giudici e aguzzini dei moderni nostri tempi. Non solo: stando alle disposizioni ecclesiali, la tortura non poteva essere decisa arbitrariamente dal giudice inquisitore, ma necessitava del parere favorevole del Vescovo. Il fatto non è di poco conto: fu voluto proprio per scoraggiare qualche inquisitore troppo ansioso di ottenere confessioni, visto che, frequentemente, Vescovo e inquisitore non andavano d’accordo. E ancora: la tortura doveva essere applicata sotto stretto controllo medico, mai a vecchi e minori, e non poteva durare più di 15 minuti. Immaginiamo la quantità industriale di risate che queste norme avrebbero suscitato se proposte agli aguzzini di un lager nazista o comunista. Inoltre, la tortura - era stabilito - si poteva utilizzare una sola volta, non doveva essere ripetuta e la confessione eventualmente ottenuta non aveva alcun valore ai fini del processo, se non era confermata dall’imputato dopo due giorni ed in condizioni normali. L’unico mezzo consentito era la corda "ma sola in presenza di gravissimi indizi: l’imputato veniva sospeso per le braccia e lasciato cadere sul pavimento due o tre volte. Se non confessava veniva liberato" (Rino Cammilleri, Fregati dalla Scuola, p 70). Ora, a ben guardare, queste norme ci svelano che con il termine "tortura" si indicava qualcosa di sostanzialmente diverso da quanto ci hanno fatto vedere tribunali più recenti, questi si veramente crudeli. Nazionalsocialismo e Comunismo, in materia di tortura, non avevano certo nulla da imparare. Val la pena di aggiungere che nei processi inquisitoriali la tortura fu applicata con estrema cautela e solo in casi veramente eccezionali. I dati finora in nostro possesso parlano chiaro. nelle 636 sentenze iscritte nel registro di Tolosa dal 1309 al 1323, la tortura fu applicata una sola volta. A Valencia, dal 1478 al 1530 si celebrarono 2354 processi e la tortura si applico solo 12 volte. Se i fatti hanno un senso, il giudizio storico sull’Inquisizione dovrà essere rivisto. Ne era consapevole anche lo storico Luigi Firpo, laicista doc, non credente, attento al vero storico più che alla propaganda: "(...) gli Ucciardone e le Rebibbia di oggi sono le vere bolge infernali rispetto alle troppo diffamante celle dell’Inquisizione, dove la vita era ritmata da regolamenti severi ma non disumani. Era, per esempio, prescritto che le lenzuola e federe si cambiassero due volte la settimana: roba da grande albergo [...]. Una volta al mese i cardinali responsabili dovevano ricevere uno a uno i prigionieri per sapere di casa avessero bisogno".

    E veniamo all’infamia più grave: la morte per rogo. L’Inquisizione non comminava la morte, per il semplice motivo che non era contemplata nel Codice di diritto canonico. Era una pena stabilita dal diritto penale e veniva eseguita dal braccio secolare, che applicava le pene previste dalle leggi civili. Fu Federico II di Svevia, tutt’altro che amico della Chiesa, a dichiarare per tutto l’Impero (1231-2) 1’eresia come crimine di lesa maestà e a stabilire la pena di morte per gli eretici. Ogni sospetto doveva essere tradotto davanti ad un tribunale ecclesiastico e arso vivo se riconosciuto colpevole. 0 vero quindi che quando il Tribunale dell’Inquisizione abbandonava un eretico al braccio secolare, questi veniva condannato a morte dalla giustizia secolare, se non si pentiva; ma non era la Chiesa a condannare, ne ad eseguire la condanna. Grazie ai dati documentati storicamente, ci accorgiamo di quanto i tribunali dell’Inquisizione siano stati estremamente benevoli e prudenti nel consegnare al braccio secolare gli eretici non pentiti. Lo storico danese Gustav Henningsen ha analizzato statisticamente 44.000 casi di inquisiti tra il 1540 ed il 1700 ed ha rilevato che vi furono meno di cinquecento esecuzioni; solo 1’1%, quindi, venne giustiziato. Bernardo Guy, severo inquisitore, ha pronunciato dal 1308 al 1323 ben 930 sentenze e abbandonò al braccio secolare solo 42 condannati, a fronte di 139 assolti. Altri dati: 1’Inquisizione di Palmiers dal 1318 al 1324 giudicò 98 imputati e solo cinque di essi furono abbandonati al braccio secolare, mentre 25 furono assolti. Se nella storia ciò che conta sono i fatti, i fatti dicono che l’Inquisizione fu più mite che crudele. E se stiamo a questi fatti, noi cattolici abbiamo poco da vergognarci. Il resto è propaganda.

    Bibliografia

    Jean-Baptiste Guiraud, Elogio dell’Inquisizione, Leonardo Mondadori, Milano 1994. Jean-Pierre Dedieu, L’Inquisizione, Paoline, Cinisello B.mo (MI) 1990. Luigi Negri, False accuse alla Chiesa, Piemme, Casale Mon.to (AL) 1997. Franco Cardini [a cura di], Processi alla Chiesa, Piemme, Casale Mon.to (AL) 1994.

    © Il Timone n. 2, luglio/agosto 1999

     

    Il caso Galilei

    di Vittorio Messori

    Stando a un’inchiesta dei Consiglio d’Europa tra gli studenti di scienze in tutti i Paesi della Comunità, quasi il 30 per cento è convinto che Galileo Galilei sia stato arso vivo dalla Chiesa sul rogo. La quasi totalità (il 97 per cento) è comunque convinta che sia stato sottoposto a tortura.

    Coloro - non molti, in verità - che sono in grado di dire qualcosa di più sullo scienziato pisano, ricordano, come frase "sicuramente storica", un suo "Eppur si muove!", fieramente lanciato in faccia, dopo la lettura della sentenza, agli inquisitori convinti di fermare il moto della Terra con gli anatemi teologici. Quegli studenti sarebbero sorpresi se qualcuno dicesse loro che siamo, qui, nella fortunata situazione di poter datare esattamente almeno quest’ultimo falso: la "frase storica" fu inventata a Londra, nel 1757, da quel brillante quanto spesso inattendibile giornalista che fu Giuseppe Baretti.

    Il 22 giugno del 1633, nel convento romano di Santa Maria sopra Minerva tenuto dai domenicani, udita la sentenza, il Galileo "vero" (non quello del mito) sembra mormorasse un ringraziamento per i dieci cardinali - tre dei quali avevano votato perché fosse prosciolto - per la mitezza della pena. Anche perché era consapevole di aver fatto di tutto per indisporre il tribunale, cercando per di più di prendere in giro quei giudici - tra i quali c’erano uomini di scienza non inferiore alla sua - assicurando che, nel libro contestatogli (e che era uscito con una approvazione ecclesiastica estorta con ambigui sotterfugi), aveva in realtà sostenuto il contrario di quanto si poteva credere. Di più: nei quattro giorni di discussione, ad appoggio della sua certezza che la Terra girasse attorno al Sole aveva portato un solo argomento. Ed era sbagliato. Sosteneva, infatti, che le maree erano dovute allo "scuotimento" delle acque provocato dal moto terrestre. Tesi risibile, alla quale i suoi giudici-colleghi ne opponevano un’altra che Galileo giudicava "da imbecilli": era, invece, quella giusta. L’alzarsi e l’abbassarsi dell’acqua dei mari, cioè, è dovuta all’attrazione della Luna. Come dicevano, appunto, quegli inquisitori insultati sprezzantemente dal Pisano.

    Altri argomenti sperimentali, verificabili, sulla centralità del Sole e sul moto terrestre, oltre a questa ragione fasulla, Galileo non seppe portare. Né c’è da stupirsi: il Sant’Uffizio non si opponeva affatto all’evidenza scientifica in nome di un oscurantismo teologico. La prima prova sperimentale, indubitabile, della rotazione della Terra è del 1748, oltre un secolo dopo. E per vederla quella rotazione, bisognerà aspettare il 1851, con quel pendolo di Foucault caro a Umberto Eco. In quel 1633 del processo a Galileo, sistema tolemaico (Sole e pianeti ruotano attorno alla Terra) e sistema copernicano difeso dal Galilei (Terra e pianeti ruotano attorno al Sole) non erano che due ipotesi quasi in parità, su cui scommettere senza prove decisive. E molti religiosi cattolici stessi stavano pacificamente per il "novatore" Copernico, condannato invece da Lutero.

    Del resto, Galileo non solo sbagliava tirando in campo le maree, ma già era incorso in un altro grave infortunio scientifico quando, nel 1618, erano apparse in cielo delle comete. Per certi apriorismi legati appunto alla sua "scommessa" copernicana, si era ostinato a dire che si trattava solo di illusioni ottiche e aveva duramente attaccato gli astronomi gesuiti della Specola romana che invece - e giustamente - sostenevano che quelle comete erano oggetti celesti reali. Si sarebbe visto poi che sbagliava ancora, sostenendo il moto della Terra e la fissità assoluta del Sole, mentre in realtà anche questo è in movimento e ruota attorno al centro della Galassia.

    Niente frasi "titaniche" (il troppo celebre "Eppur si muove!") comunque, se non nelle menzogne degli illuministi e poi dei marxisti - vedasi Bertolt Brecht - che crearono a tavolino un "caso" che faceva (e fa ancora) molto comodo per una propaganda volta a dimostrare l’incompatibilità tra scienza e fede.

    Torture? carceri dell’Inquisizione? addirittura rogo? Anche qui, gli studenti europei del sondaggio avrebbero qualche sorpresa. Galileo non fece un solo giorno di carcere, né fu sottoposto ad alcuna violenza fisica. Anzi, convocato a Roma per il processo, si sistemò (a spese e cura della Santa Sede), in un alloggio di cinque stanze con vista sui giardini vaticani e cameriere personale. Dopo la sentenza, fu alloggiato nella splendida villa dei Medici al Pincio. Da lì, il "condannato" si trasferì come ospite nel palazzo dell’arcivescovo di Siena, uno dei tanti ecclesiastici insigni che gli volevano bene, che lo avevano aiutato e incoraggiato e ai quali aveva dedicato le sue opere. Infine, si sistemò nella sua confortevole villa di Arcetri, dal nome significativo "Il gioiello".

    Non perdette né la stima né l’amicizia di vescovi e scienziati, spesso religiosi. Non gli era mai stato impedito di continuare il suo lavoro e ne approfittò difatti, continuando gli studi e pubblicando un libro - Discorsi e dimostrazioni sopra due nuove scienze - che è il suo capolavoro scientifico. Né gli era stato vietato di ricevere visite, così che i migliori colleghi d’Europa passarono a discutere con lui. Presto gli era stato tolto anche il divieto di muoversi come voleva dalla sua villa. Gli rimase un solo obbligo: quello di recitare una volta la settimana i sette salmi penitenziali. Questa "pena", in realtà, era anch’essa scaduta dopo tre anni, ma fu continuata liberamente da un credente come lui, da un uomo che per gran parte della sua vita era stato il beniamino dei Papi stessi; e che, ben lungi dall’ergersi come difensore della ragione contro l’oscurantismo clericale, come vuole la leggenda posteriore, poté scrivere con verità alla fine della vita: "In tutte le opere mie, non sarà chi trovar possa pur minima ombra di cosa che declini dalla pietà e dalla riverenza di Santa Chiesa".

    Morì a 78 anni, nel suo letto, munito dell’indulgenza plenaria e della benedizione del papa. Era l’8 gennaio 1642, nove anni dopo la "condanna" e dopo 78 di vita. Una delle due figlie suore raccolse la sua ultima parola. Fu: "Gesù!".

    I suoi guai, del resto, più che da parte "clericale" gli erano sempre venuti dai "laici": dai suoi colleghi universitari, cioè, che per invidia o per conservatorismo, brandendo Aristotele più che la Bibbia, fecero di tutto per toglierlo di mezzo e ridurlo al silenzio. La difesa gli venne dalla Chiesa, l’offesa dall’Università.

    In occasione della recente visita del papa a Pisa, un illustre scienziato, su un cosiddetto "grande" quotidiano, ha deplorato che Giovanni Paolo II "non abbia fatto ulteriore, doverosa ammenda dell’inumano trattamento usato dalla Chiesa contro Galileo". Se, per gli studenti del sondaggio da cui siamo partiti, si deve parlare di ignoranza, per studiosi di questa levatura il sospetto è la malafede. Quella stessa malafede, del resto, che continua dai tempi di Voltaire e che tanti complessi di colpa ha creato in cattolici disinformati. Eppure, non solo le cose non andarono per niente come vuole la secolare propaganda; ma proprio oggi ci sono nuovi motivi per riflettere sulle non ignobili ragioni della Chiesa. Il "caso" è troppo importante, per non parlarne ancora.

    © Pensare la storia, San Paolo, Milano 1992, p. 383.

     

    Facciamo un poco di controstoria e sfatiamo alcuni miti

    Partiamo da Che Guevara!
     
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    Che Guevara sconosciuto
     
     di Massimo Caprara 

    Spietato e crudele. Responsabile del sistema di repressione di migliaia di dissidenti e oppositori. Ecco quel che non si sa, o non si vuol dire, di Che Guevara, compagno di lotta del dittatore comunista Fidel Castro e idolo di tanti pacifisti cattolici.
    Verso le una e dieci del pomeriggio di domenica 9 ottobre 1967, il guerrigliero catturato - ha un berretto nero, un’uniforme militare assai sporca, una giacca azzurra con cappuccio, il petto quasi nudo, la camicia senza bottoni - sistemato provvisoriamente su una panca con i polsi legati, è ucciso, mentre ancora gli sanguina una ferita alla gamba destra. È finito da una scarica a bruciapelo di un mitra M-2. Le ultime parole che ha proferito nei confronti del sottufficiale dei Rangers governativi boliviani Mario Teràn sono state di sonante disprezzo: "Spara vigliacco, che stai per uccidere un uomo". Il guerrigliero cadde a terra con le gambe maciullate, contorcendosi e perdendo copiosissimo sangue. Altri due sottufficiali, entrati ubriachi nella stanza, spararono ciascuno un colpo, direttamente sul volto. Poco lontano, dal villaggio di La Higuera, dove sono giunti agenti della CIA, nei pressi della gola Quebrada del Yuro, un sacerdote domenicano d’una parrocchia vicina, padre Roger Schiller, arrivò trafelato a cavallo. "Voglio confessarlo, so che ha detto: sono fritto. Voglio dirgli: lei non è fritto, Dio continua a credere in lei".

    Nel pomeriggio, il comandante del reparto boliviano , che è il maggiore Ayoroa, dispone che il corpo venga adagiato su una barella e gli sia legata la mandibola con un fazzoletto perché il volto non si scomponga. Un fotografo ambulante ritrasse i soldati e il suo sacerdote intento a lavare le macchie di sangue. L’elicottero volò allora in alto con il corpo sfigurato del guerrigliero. Al sottufficiale Teràn hanno promesso un orologio e un viaggio a West Point per frequentare un corso. Egli ha ucciso il comandante Ernesto Che Guevara Lynch, detto il Che, medico argentino che, con decreto governativo del 9 febbraio 1959, è stato naturalizzato cubano per servizi resi alla Rivoluzione. Da allora prese corpo la sentita e appassionante leggenda di un autentico santo laico.

    "Dalle migliaia di foto, posters, magliette, dischi, video, cartoline, ritratti, riviste, libri, frasi, testimonianze, fantasmi di questa società industriale, il Che ci guarda attento. La sua immagine attraversa le generazioni, il suo mito passa di corsa in mezzo ai deliri di grandezza del neoliberismo. Irriverente, beffardo, moralmente ostinato, indimenticabile", scrive in un libro, edito in italiano nel 1997 con il titolo "Senza perdere la tenerezza", Paco Ignacio Taibo II. Lo scrittore, nato a Gijon in Spagna, coglie drammaticamente il vero.

    La figura assieme virile e dolce del Che Guevara, il cui motto è appunto: "Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza", attraversa come un lampo la storia del secolo da poco passato: dalla nascita in una famiglia della buona borghesia alla giovinezza nomade e ribelle dall’epica avventura sulla Sierra Maestra con l’amico Fidel Castro, alle responsabilità nelle istituzioni di "Cuba libera ma assediata dall’embargo statunitense", fino al tragico eccidio sui monti della Bolivia ed alla immediata nascita di un mito eroico, unico nei nostri tempi. Lui è sempre al fianco di Fidel, sempre con un itinerario ideale diverso, cioè più organicamente comunista, come è stato osservato, nel 1967, dallo scrittore Carolos Franqui che abbandonerà Castro: "Doveva essere accecante se anche i più opachi, al suo passaggio, erano illuminati". Regis Debray, l’intellettuale francese oggi vivente che lo raggiunse in Bolivia, ha scritto molto su di lui e sulla sua condotta nel libro "Révolution dans la révolution" e "Loués saient nos seigneurs le Che", edito a Parigi da Gallimard nel 1996. Egli ha tracciato un disincantato e veritiero affresco sulle incarnazioni del castrismo, come "lunga marcia dell’America Latina" e sulle sue diverse varianti. Che Guevara materializza quella più irriducibile, severa, spietata e crudele. A mezza strada tra la violenza proto-bolscevica della Ceka e della GPU e la ferocia primordiale perpetrata nelle campagne cinesi dal maoismo. Per Debray, egli è "il più austero tra i praticanti del socialismo". È un medico, afflitto sin dal 1930 (era nato il 14 luglio del 1928 nella città di Rosario) da un inguaribile asma che lo farà soffrire nelle sue trasferte guerrigliere in Africa e in America Latina. Forse anche per questo egli è in grado di conoscere le tecniche più dolorose della punizione e segregazione per i dissidenti detenuti. Un’inflessibile ideologia con il corredo di una raffinata metodologia di persecuzione fisica.

    Il Che, sin dalla clandestinità, polemizza duramente con i combattenti del "Llano", la pianura, contrapponendo alla loro malleabilità la durezza dio condotta osservata in montagna, nella Sierra. Attacca Castro per lo scarso rigore e lo definisce per un pezzo, sprezzantemente, come "il leader radicale della borghesia di sinistra", sensibile alle sirene del politicantismo. Egli è in linea pregiudiziale sempre "favorevole ai processi sommari" e di lui si ricorda l’ingiunzione perentoria ai ribelli venezuelani: "Prendete un fucile e sparate alla testa di ogni imperialista che abbia più di quindici anni". Al punto che Debray, riassumendo, lo caratterizza come un "dogmatico, freddo, intollerante che non ha nulla da spartire con la natura calorosa e aperta dei cubani". Intelligente e risoluto, generoso ed egualitario con i suoi, inflessibile con i nemici, comanda energicamente il secondo Fronte di Las Villas nella conquista dell’esercito ribelle a Cuba. Durante l’avanzata, nel 1957, si distingue per l’efferatezza con la quale interpreta il suo modo di essere rivoluzionario e di liquidare nemici e presunti traditori. Euti8mio Guerra, un guerrigliero9, viene accusato di avere avuto una collusione con il nemico, cioè con l’esercito del dittatore Fulgencio Batista, e immediatamente deferito ad un’improvvisata Corte marziale. Il Che anticipa il verdetto. Raccontò successivamente un suo commilitone detto "Universo": "io avevo un fucile e in quel momento il Che tira fuori una pistola calibro 22 e pac, gli pianta una pallottola qui. Che hai fatto? Lo hai ucciso. Eutimio cadde a pancia in su, boccheggiando".

    Nell’anno della "liberazione" di Cuba che è il 1959, il Che viene convocato da Castro e il 7 settembre riceve l’incarico provvisorio di Procuratore militare. È una convulsa ma intensa fase della nuova Cuba che ne prefigura i caratteri sociali e civili, che deve giudicare i collaborazionisti con il passato regime, processarli e soprattutto toglierli dalla circolazione. L’anno dopo, ai primi di gennaio, si apre a Cuba il primo "Campo di lavoro correzionale" (ossia di lavoro forzato). È il Che che lo dispone preventivamente e lo organizza nella penisola di Guanaha. Trecento ottantuno prigionieri, arresisi alle truppe castriste sull’Escambray, vengono radunati, incarcerati a Loma de los Coches e tutti fucilati.

    Jesus Carrera, anticastrista che è stato ferito negli scontri, chiede la grazia. Il Che gliela rifiuta ritenendolo un antagonista personale del capo Fidel. La stessa sanguinosa procedura viene riservata a Humberto Sori Marin per il quale aveva chiesto misericordia la madre. Sotto l’impegnativa e organica inclinazione del Che, prende corpo la "DSE". Il Dipartimento della Sicurezza di Stato, noto anche con il nome di "Direcciòn general de contra-intelligencia". Un dettagliato regolamento elaborato puntigliosamente dal medico argentino, fissa le punizioni corporali per i dissidenti recidivi e "pericolosi" incarcerati: salire le scale delle varie prigioni con scarpe zavorrate di piombo; tagliare l’erba con i denti; essere impiegati nudi nelle "quadrillas" di lavori agricoli; venire immersi nei pozzi neri.

    Marta Frayde, già rappresentante di Cuba all’Unesco e, dopo i primi anni, incarcerata, ha descritto le celle riservate ai "corrigendi": sei metri per cinque, ventidue brandine sovrapposte, in tutto quarantadue persone in una cella. Le accuse nei Tribunali sommari rivolte ai controrivoluzionari vengono accuratamente selezionate e applicate con severità: religiosi, fra i quali l’Arcivescovo dell’Avana, Monsignor Jaime Ortega; adolescenti e bambini; omosessuali. La fortezza La Cabana di Santiago viene utilizzata come centro di smistamento. Il procuratore Guevara Lynch illustra a Fidel Castro e applica un "Piano generale del carcere", definendone anche la specializzazione. Vengono così organizzate le case di detenzione "Kilo 5,5" a Pinar del Rio. Esse contengono celle disciplinari definite "tostadoras", ossia tostapane, per il calore che emanavano. La prigione "Kilo 7" viene frettolosamente fatta sorgere a Camaguey: una rissa nata dalla condizioni atroci procurerà la morte di quaranta prigionieri. Il campo di concentramento La Cabanas ospita le "ratoneras", buchi di topi, per la loro angustia. La prigione Boniato comprende celle con le grate chiamate "tapiades", nelle quali il poeta Jorge Valls trascorrerà migliaia di giorni di prigione. Il carcere "Tres Racios de Oriente" include celle larghe un metro, alte un metro e ottanta centimetri e lunghe dieci metri, chiamate "gavetas". La prigione di Santiago "Nueva Vida" ospita cinquecento adolescenti. Quella "Palos", bambini di dieci anni; quella "Nueva Carceral de la Habana del Est", omosessuali dichiarati o sospettai. Ne parla il film su Reinaldo Arenas "Prima che sia notte", di Julian Schnabel uscito nel 2000.

    Il Che lavora con strategia rivolta non solo al presente ma al futuro Stato ditattoriale. Nel corso dei due anni passati come responsabile della Seguridad del Estado, avendo come collaboratore Osvaldo Sanchez che era esperto principale comunista, si materializza la persecuzione contro la Chiesa. Pascal Fontanie, nel suo libro "America Latina alla prova", calcola che centotreuntuno sacerdoti hanno perduto la vita fino al 1961 nel periodo in cui Guevara era artefice massimo del sistema segregazionista dell’isola. Viene definito "il macellaio del carcere - mattatoio di La Cabana". Si oppone con forza alla proposta di sospendere le fucilazioni dei "criminali di guerra". Più che da Danton discende dall’incorruttibile, l’"incorruttibile" Robespierre. Quando ai primi del 1960 a lui viene assegnata la carica di Presidente del Banco Nacional, Fidel lo ringrazia con calore per la sua opera repressiva. Egli ne generalizza ancor più i metodi per cui ai propri nuovi collaboratori, per ogni minima mancanza, minaccia "una vacanza nei campi di lavoro di Guanahacabibes". Il medico argentino, il più coerente leninista dell’America Latina, il meno reticente delle proprie idee e propositi pratici, è l’autentico motore di una ideologia totalitaria e di una macchina penitenziaria statale. La sua azione, esplicitamente ispirata ad una concezione coercitiva, impersona, come egli scrisse: "l’odio distruttivo che fa dell’uomo un’efficace, violenta, selettiva, fredda macchina per uccidere".

    Cronologia

    14 luglio 1928. Nasce Ernesto Guevara Lynch, detto Che.
    26 luglio 1953. Un gruppo di studenti attacca la caserma della Moncada. Uno dei capi, Fidel Castro, viene arrestato e condannato a 15 anni di prigione. Ben presto libero, raggiunge il Messico.
    1955. In Messico, Che Guevara incontra Fidel Castro che si sta preparando a rientrare a Cuba.
    Dicembre 1956. Fidel e Che Guevara sbarcano a Cuba. Guevara si fa subito notare per la sua durezza: un ragazzo, guerrigliero della sua unità, che ha rubato un po’ di cibo viene fucilato senza alcun processo.
    7 Novembre 1958. A capo di una colonna di guerriglieri, Ernesto Che Guevara intraprende una marcia su L’Avana.
    1 gennaio 1959. Il dittatore Fulgencio Batista si dà alla fuga.
    8 gennaio 1959. Fidel Castro e i suoi barbudos entrano a L’Avana. Che Guevara riceve l’incarico di "procuratore" ed è lui a decidere delle domande di grazia. Subito le prigioni della Cabana, all’Avana dove esercita Che Guevara, e di Santa Clara diventano teatro di esecuzioni di massa. Vengono uccisi soprattutto ex-compagni d’arme, che si erano conservati democratici, di Fidel Castro e del Che. Si instaura la dittatura comunista.
    Maggio 1961. Vengono chiusi tutti i collegi religiosi e le loro sedi confiscate. Secondo Il libro nero del comunismo, dal quale sono tratte queste informazioni, scritto da storici di sinistra, negli anni Sessanta, a Cuba sono state eliminate da 7.000 a 10.000 persone e altre 30.000 incarcerate.
    17 settembre 1961. Vengono espulsi da Cuba 131 sacerdoti diocesani e religiosi.
    9 ottobre 1967. Recatosi in Bolivia, Che Guevara non riceve alcun appoggio da parte dei contadini. Isolato e braccato, viene catturato e giustiziato.